Weekend Con il Morto – Saul Steinberg

La copertina del New Yorker di Saul Steinberg, per gentile concessione della Redazione del New Yorker. Grazie.

La storia di Saul Seinberg me la immagino come una grossa valigia di cuoio maculato ricoperta dai ricordi di una vita in viaggio, in un epoca in cui la comunicazione, l’informazione e la scrittura erano ancora frutto di lavoro materiale da parte di professionisti e non una inappropriata forma d’arte sfruttata da molti in nome della speculazione culturale.

Saul Steinberg con uno dei Murale sprodotti per la mostra di Valencia nel 1972. Per gentile concessione della ‘Mostra di Valencia’.

Quando il giovane ebreo, romeno di nascita, lavorava a Milano per il bisettimanale di satira ‘Bertolo’ – per un periodo complessivo che va dal 1933 al 1941 – le bombe cadevano a grappoli e le Leggi Razziali del Fascismo stavano per cambiargli un’altra volta la vita. Venne alla fine arrestato nell’aprile del 1941 e imprigionato nel campo d’internamento abruzzese di Tortoreto, in provincia di Teramo. Una volta sopraggiunta la linea del fronte, in seguito all’armistizio, Saul viene liberato e avrebbe continuato a lavorare, per tutto il resto della guerra, come spia per gli alleati. Quel suo innato senso dello spirito aveva qualcosa di sospetto. Già nel 1940 Steinberg aveva iniziato a sottoporre i propri lavori alle pubblicazioni straniere e trovò nel New Yorker uno sponsor autorevole per ottenere il visto di entrata negli Stati Uniti. Il lavoro di collaborazione con il noto settimanale newyorkese continuò per circa 60 anni per un totale di circa 90 copertine umoristiche. L’utilizzo del disegno grafico associato all’iconografia umoristica fece della sua ‘arte’ una nuova forma di comunicazione, una vera innovazione nel mondo dell’illustrazione che fino a quel tempo era ad appannaggio della propaganda pubblicitaria. La copertina riproposta – per gentile concessione del New Yorker – in testa a questo articolo è la più famosa realizzata dal minuto disegnatore romeno: con poche soluzioni geometriche il pennino di Steinberg traccia la visione del mondo dagli occhi di un newyorkese di Manhattan, ironicamente riproposta come la visione rigida di una società, una comunità di cittadini piuttosto rigida e fulcrocentrica – termine di nuova coniazione. Ma la caratteristica peculiare del disegnatore iconografico aveva nel combinare alcuni aspetti relativi all’Art Deco con la nuova cultura Pop la principale forma di innovazione artistica.

Steinberg fu uno degli artisti più amati della scena Pop americana di metà XXI secolo proprio per la sua capacità di racchiudere in poche immagini iconografiche, in pochi tratti geometrici e nella didascalia ironicamente legata al disegno una descrizione particolare della società americana in ambito urbano. Il suo principale obiettivo nel produrre disegni grafici era quello di ‘ragionare su carta’ senza proporre una visione metaforica della realtà, ma utilizzando elementi rappresentativi già esistenti conferendo a questi una nuova interpretazione culturale. Con le vignette, le maschere, le caricature e i murales, realizzati sempre con differenti tecniche di disegno che spaziavano dall’acquaforte all’incisione, dava la propria visione ‘organizzata‘ di una società, quella newyorkese, che si stava avviando verso la dominazione dei media e allo strapotere dell’immagine sul contenuto.

La collaborazione con il New Yorker fu così stretta sia a livello di arte grafica che a livello di contenuto che possiamo tranquillamente considerare Saul Steinberg come una vero e proprio autore dei contenuti della rivista, e non semplicemente un illustratore. Sterinberg artista – anche se non mi piace definirlo ‘artista’ perché sarebbe ingiusto da una punto di vista culturale – avrebbe potuto tranquillamente essere annoverato tra i tanti che in quegli anni hanno contribuito a rendere l’America il punto di riferimento nella cultura Pop e per nominare i più famosi mi limito Hopper, WarholBasquiat. Alla sua morte viene fondata l’omonima Fondazione a scopo di divulgazione culturale – perché già fondazione è un brutto termne, vorrei evitare di aggiungere il cacofonismo di una specificazione come ‘Non-profit’ – che raccoglie la maggior parte dei suoi lavori che non siano stati venduti oppure che non rientrino tra le 90 copertine e le 1.200 illustrazioni prodotte per il New Yorker, che rimarrà per l’intera esistenza dell’illustratore romeno il punto di riferimento professionale.

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