Architettura. Il seme d’inizio.

Il palazzo di Cnosso. Labirinti e affreschi.

di Clarissa Oloferne.

Arte antica

Il concetto di arte, che cercheremo di isolare come unico e indivisibile, ha subito deformazioni, cambiamenti, e diversificate interpretazioni. L’arte nel suo intrinseco ,tuttavia, rimane invariata , e con lei ogni sua espressione, semplicemente, nei secoli è cambiato il rapporto dell’uomo  con essa, il modo di interpretarla e vederla, la formulazione di giudizi estetici e  la vera e propria sua definizione. Il rapporto dell’umano con l’arte ,ad ogni livello, è stato un binomio ad elastico, a volte ellissoide a volte timida circonferenza. I primi approcci dell’uomo con la rappresentazione artistica di sé stesso o dell’universo ,il mondo era assimilabile all’empireo sia per l’innumerarietà della specie umana che per l’ignoranza geografica, sono stati lussureggianti e coraggiosi. Il trattamento di una materia nuova come la possibilità di riprodurre la realtà per perpetrarla era ,di per sé, argomento complesso e fu supportato da un debito e necessario appoggio sistematico alla realtà, stampella salvifica. La mancanza di innesti fantastici è la equa contropartita per la devastante portata del gesto compiuto.

La prime forme artistiche risalgono al Paleolitico: pitture su roccia, raffigurazioni di caccia e stilizzazioni di animali fuggiaschi dai busti sproporzionati ma dalle movenze sinuose. Questi “affreschi” ,utilizzando come primo filtro la barriera costituita dal tempo umano e storico ,emersi nel capitolo precedente, sono da considerare come arte in potenza: essi sono ,da un punto di vista artistico, rappresentazioni assolutamente valide, dotate di intensità notevole che le pervade nella loro semplicità. Tuttavia occorre compiere un ulteriore passo nell’abisso di queste caverne per alcune altre riflessioni: esse non raffigurano la realtà degli uomini che le hanno dipinte, ma ,bensì, prefigurano e proiettano la stessa immagine in un futuro incerto. Assumono il valore di una sorta di liturgia sacrale, un rituale magico con il quale accaparrarsi il favore di una forza estranea e poter concludere vittoriosamente la lotta per la vita. Qui la funzione dell’arte è quella propiziatoria equivalente ai sacrifici o a qualsiasi altro rituale magico che prevedesse filtri o imago, di conseguenza essa viene rimandata ad un fine non figurativo o rappresentativo ma pratico, esauditore. L’espressione artistica ,una fiera dipinta con le dita su di una roccia, è tale solo in potenza poiché non è portatrice di un segno o di un segnale –un significato- ma solo ed esclusivamente di un significante che è pozione, intruglio, filtro magico. L’arte non è potenziata dalle maglie di un messaggio criptato ma solo dall’esistenza della sua forma. E’ utile pensare alla discesa aristotelica della forma nella materia che da origine ad un terzo elemento (“sinolo”) dotato dell’una e dell’altra; in questo caso non si riesce a pervenire a tale elemento e l’opera d’arte rimane intrappolata in una dimensione priva di comunicazione con l’esterno, potremmo dire sterile. Non è possibile formulare un giudizio estetico in quanto esso ,in questo caso, sarebbe falsato dall’assenza di un vero oggetto da comunicare. Il fatto che tali rappresentazioni possano essere considerate piacevoli alla vista da più persone è solo il frutto di affinità di gusti estetici tra i vari membri di una comunità.

In secondo luogo, il  tempo ,in queste opere, è il frutto e la ripercussione delle loro finalità: il tempo interno è proiettato al futuro, ed ha azione a partire da un certo istante –nel nostro esempio nel momento in cui il cacciatore ha l’incontro con la fiera. Quindi il tempo dell’intreccio è posteriore rispetto al tempo umano, questo discosta leggermente l’opera dal suo contesto ma la riporta in linea nel momento del compimento dell’Evento. E se l’evento non si compisse?  Poniamo che il cacciatore rifugga per qualche motivo la fiera, come il marinaio dal Colombre. L’opera diverrebbe un rottame muto, un coccio superfluo. Infatti non subirebbe mai il processo di interrelazione tra il tempo umano e quello interno. Fluttuerebbe per sempre in un etere del non-senso, una sorta di camera mortuaria della non-morte fatta ,in sostanza, di mai nati. Sarebbe morte prima della vita. Queste prefigurazioni hanno ,pertanto, un significante profondamente artistico –la pittura della roccia- ma un contenuto di carattere puramente decorativo, il quale non ha valore artistico. In definitiva queste pitture sono forme d’arte solo in potenza e ,quindi, non possono essere trattate al pari di arte in atto nella quale i due “pendoli” trovano locus e modi d’azione.

Proseguendo nell’analisi cronologica delle forme d’arte maggiormente significative troviamo un’altra fondamentale espressione artistica seguente al periodo appena affrontato. Il complesso architettonico di epoca minoica. Il palazzo di Cnosso. Questo è l’esempio pratico di un’arte ,l’architettura,  che porta su di sé la forza estetica del segno. Il palazzo ,inoltre, ha la particolarità di essere stato costruito secondo una logica utilitaristica, le stanze venivano aggiunte a seconda della loro effettiva necessità; tutto questo concede al complesso una enorme valenza di significato: è il prodotto di una linea di pensiero, un’embrionale politica architettonica che concede all’uomo lo spazio d’azione di un dio nella progettazione. Tutto si sottrae alla modularità che presto attraverserà la civiltà greca. L’architettura, e con lei il palazzo di Cnosso,  si pongono come basilari componenti artistiche: infatti essi sono il risultato diretto dell’uomo per l’uomo. Il palazzo non è un puro gesto estetico o rappresentativo, come nel caso delle pitture cavernose, è la volontà umana atta al miglioramento della vita, è un significante di portata straordinaria, coadiuvato e sostenuto dalle dimensioni murarie e materiali dell’opera, il quale ha in se un significato ancor più immenso. Le scale che si intrecciano, le stanze che si aprono dietro alle porte affrescate sono sigilli, cartigli di una filosofia architettonica che da qui avrà uno sviluppo rapido e incontrastato. La peculiarità di quest’opera è ,chiaramente, il suo servilismo, la sua dedizione e zelo al miglioramento della condizione dell’uomo. L’Arte muta in applicazione. Questo processo era stato avviato nel microcosmo dell’oggettistica con la creazione di anfore e altri utensili, ma nell’architettura si sprigiona in tutta la sua portata. L’architettura del palazzo minoico di Cnosso appare quindi come un’arte applicata dall’uomo per l’uomo in quanto pervasa di segni e forme di un pensiero utilitaristico che solo i secoli aiuteranno ad incoronare come uno dei motori dello sviluppo in taluni settori. Ma l’utilitarismo architettonico rientra nei canoni di Arte? Scandagliando l’anima dell’architettura possiamo trovare in essa una tripartizione platonica: Nel primo ventricolo è assidua e ripetuta la presenza del segno (= senal) ,inteso come concetto e pensiero, humus dell’opera d’arte; il traboccare di orrorosi segni genera nel secondo ventricolo la costituzione del primordiale progetto ,padre di ogni successivo parto architettonico, una scala, una porta una stanza che, dalle loro origini di fondatori di una stirpe daranno vita ad ogni successiva ideazione. Così l’architettura viola quel sigillo fondamentale dell’arte che è l’unicità dell’opera, l’irripetibilità del gesto artistico della creazione senza limiti e senza possibili imitazioni. L’architettura ,con beneficio di esasperazione, è un angelo decaduto. L’eventuale unico e primordiale progetto architettonico è il solo a poter essere Arte nel suo intrinseco, poiché non ancora riproduzione di un primogenito. Il palazzo di Cnosso è il prodotto di una perizia notevole nella progettazione e nell’uso degli strumenti fino a quel momento ideati. E’ il calderone nel quale l’uomo getta e unisce ogni sua conoscenza: l’architettura, l’edilizia, la pittura. Tuttavia, non è pervaso di quella forza espressiva di cui sono dotate le pitture murarie che giacciono al suo interno, o di un quadro di Dalì. Le innumerevoli stanze che si susseguono atlantescamente rafforzano il significante che assurge all’immensità ma sgretolano il significato profondo dell’opera d’arte. Le sale, i gradini, le porte, divengono ripetizioni, riproduzioni di uno stesso canovaccio. Il palazzo cova nelle sue viscere l’arte delle pitture e le racchiude ,in un gioco di scatole cinesi, tra le mura, indelebili pezzi di un’ arte applicativa. Si profila così il ruolo dell’architettura che non è espressione pura di arte, in quanto è ripetizione ,sempre e comunque ripetizione, di una intuizione: essa si pone come la massima espressione mortale di arte, la quale è immortale. Questa disanima sulla natura dell’architettura si rende necessaria per la difesa della vitale qualità artistica: l’unicità. Architettura è ripetizione di un gesto, di un flato, di un neurone. Si apre così il solco tra padre –arte- e figlio –architettura-. Cerchiamo con un esempio di riprendere il filo di quest’ultime nozioni: se l’architettura fosse considerata arte a tutti gli effetti lo sarebbe per la forte presenza in essa di segni, di concetti, di una linea di pensiero , per il suo carattere di produzione umana d’eccellenza. Assimiliamo ,allora, l’architettura alla definizione di arte che è emersa fino a questo punto: il risultato sarebbe formalmente corretto: l’architettura risulta essere un’ espressione artistica in quanto pervasa da un significato criptato da  segni e tutti diretti ad un proposito migliorativo in ordine di un pensiero e codificabile dall’uomo per la massa. Se ponessimo ,tuttavia, la questione in questi termini giungeremmo ad un’aporia, uno snodo irrisolvibile, meravigliosamente gordiano: accettando l’architettura come arte saremmo costretti a certificare come arte anche la costruzione di un auto o la stampa di un giornale, in quanto anche questi sono tecniche che apportano migliorie all’umanità adottate in linea con un pensiero preciso e fecondo. Arriveremmo al livellamento dell’arte, alla sua affermazione nichilista. La tecnica sarebbe elevata e l’arte sminuita. Vanno mantenute le distanze. L’architettura, quindi, si stabilizza su di un piano inferiore rispetto all’arte, si abbevera alle fonti artistiche più nobili ma s’inchina alla sua ripetitività e riproducibilità nei modi e forme più svariati e più simili tra loro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...