Film belli – Hunger, Steve McQueen (recensione).

Non c’è molto da dire su Hunger di Steve McQueen (a volte i genitori hanno senso dell’umorismo, o ottimi spacciatori, o entrambe le cose). Bisogna prendere un bel respiro, cercare di non pensare al doppio cheeseburger appena mangiato, armarsi di pazienza ed entrare in sala pronti a sospendere il giudizio, senza avere la smania di dire “sì” o “no” una volta usciti dal cinema.

Un primo indizio su quello che vi troverete a vedere ve lo può fornire il titolo, Hunger (fame), che non è Hunger Strike (sciopero della fame), ma solo ed esclusivamente fame. La scelta del titolo, la scelta di non includere nel titolo la parola “sciopero”, la scelta di voler concentrare tutta l’attenzione sulla parola “fame”, potrebbe non voler dire niente. Oppure potrebbe voler mettere in guardia lo spettatore, avvisarlo del fatto che quello che sta andando a vedere non è un film sulla storia politica, sulle ragioni politiche che hanno portato gli Hunger Strikers nordirlandesi a fare quello che hanno fatto, avvisarlo del fatto che vi è un solo protagonista nel film, che quel protagonista è un corpo, che quel protagonista è un corpo che muore di fame. Oppure, ancora, potrebbe voler far riflettere sui vari significati che la semplice parola “fame” può assumere per un hunger striker: la fame di verità, la fame di giustizia, la fame di libertà, la fame di santità propria dell’asceta, la fame di martirio propria dell’attivista politico, la fame di gloria propria del giovane attivista politico. La Fame, intesa in questo senso come assoluta, che non è disposta a sentire ragioni, che non è disposta a fermarsi di fronte a nulla e a nessuno, che ha la propria ragion d’essere in se stessa, che non vede altro che se stessa, che in se stessa esaurisce il suo compito, che non ha bisogno, cioè, di altre manifestazioni che non siano La Fame per dire ciò che ha da dire.

Molte delle recensioni che ho letto su internet in questi giorni tendono a sottolineare soprattutto l’aspetto della “assenza di dialogo – dialogone centrale- assenza di dialogo”. A me non sembra di aver visto una frattura così netta, non ho vissuto il dialogo centrale come una pausa, o un momento d’intensità diversa dal momento precedente o da quello successivo.

Bobby Sand, morto il cinque maggio dell’81 in seguito a uno sciopero della fame col quale lui e i suoi compagni del Provisional Irish Republican Army chiedevano al governo britannico di riconoscere il loro status di prigionieri politici.

Dico questo perché a rimanere centrale, in tutti i momenti del film, è il corpo in quanto teatro di quella Fame di cui sopra. Le parti fondamentali del dialogo centrale, quelle in cui il protagonista motiva la sua decisione di andare fino in fondo nella protesta, descrivono scene corporali, in cui sono gesti corporei a fornire la giustificazione adatta alla sua scelta.

Ho visto più Cristo in novantasei minuti di Hunger che in tutta la storia delle agiografie cinematografiche dedicate al personaggio Gesù Cristo. Non sto parlando di cristianesimo in senso storico, non mi sto riferendo alla dottrina o al catechismo cristiano. Sto parlando di Gesù Cristo, il redentore, colui che, secondo i Vangeli (e non per forza secondo me, lo dico giusto per evitare di dover rispondere a commenti che mi dicono che la chiesa è cattiva e che la scienza è cazzuta. Guardo Super Quark da quando avevo tre anni, so benissimo che la mia ragazza non è una mia costola, grazie.), toglie i peccati dal mondo, assumendo sul proprio corpo tutti i mali degli uomini sotto forma di fustigate, chiodi conficcati, e tutte le altre raffinatezze per le quali i romani si sono resi famosi un po’ dappertutto.

Ogni scena del film ha a che fare col corpo (non importa di chi sia il corpo): corpo massacrato di botte, corpo del carnefice che si lava via il sangue dalle mani, corpo non lavato per protesta, corpo che, sempre per protesta, vive in mezzo al cibo non mangiato (corpo futuro) e alle feci (corpo passato) con cui sono dipinti i muri, corpo obbligato a lavarsi, corpo ispezionato, corpo mutilato (barba e capelli tagliati a forza), corpi nudi, corpi che rifiutano le divise del carcere.

Purtroppo quella sui muri non è nutella.

Il Corpo finale, quello del Bobby Sands cinematografico, è ognuno di quei corpi, e La Fame di cui muore, è La Fame di liberarsi da tutti quei corpi che hanno accompagnato lo spettatore per tutto il film.

Ma voi avete bisogno di risposte, e io non ve ne sto dando, dunque:

Devo andare a vedere il film?

Be’, sì, se lo devi vedere cerca di vederlo al cinema, non scaricarlo, NON comprare il dvd.

A te è piaciuto il film?

Non si tratta di piacere o non piacere, come può piacere la visione di un uomo a cui vengono strappati i capelli con un forbicione da sarto?

 Che voto daresti al film?

C’è gente molto più preparata di me che si fa pagare bene per dar voti ai film, se io mi metto a dar voti gratis finisce che me li trovo sul pianerottolo coi forconi.

Andresti a rivederlo?

Andrei anche, ma temo che verrà presto tolto dalla programmazione.

La prima cosa che hai detto uscito dal cinema?

Avrebbe dovuto girarlo Lars Von Trier.

Descriviti in dieci righe

È per caso diventato un provino per il Grande Fratello?

A chi lo consiglieresti?

A chi va al cinema.

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