La Musica Così Come La Trovai – Blunderbuss (Jack White)

Un ragazzo allegro e solare

Il mio primo incontro con la musica dei White Stripes ha avuto luogo relativamente tardi. Fino a un anno e mezzo fa li tenevo relegati in quell’universo di “musica per indieschiappe che non conosco e che non voglio conoscere”, questo fino a quando non ho visto quel bell’uomo di Jack White costruirsi una chitarra con una bottiglia di Coca Cola come ponte e suonarla con il suo slide in un documentario con quel polpettone di Jimmy Page e il simpaticissimo The Edge degli U2.

Uno che si costruisce una chitarra in un capanno degli attrezzi circondato dalle vacche non può essere un idiota, quindi decisi di procurarmi i primi tre dischi della sua band.

Mi piace buona parte di quello che ho sentito in questi tre dischi. Il primo disco, specialmente, l’ho trovato un grandissimo disco blues: satana alla chitarra e un bambino di sette anni pieno di anfetamine alla batteria. Quel disco mi ha definitivamente conquistato alla settima traccia, Cannon, dopo avermi fatto una dichiarazione d’amore con la cover di Robert Johnson “Stop Breaking Down” alla terza traccia. In mezzo a Cannon, un pezzo a metà tra i Flat Duo Jets e gli Amboy Dukes, viene ripresa “John The Revelator”, un gospel call and response che il mio idolo Blind Willie Johnson aveva registrato nel 1930 con quell’angelo di sua moglie a fare la parte della response. Il fatto che un disco del 1999 contenesse quelle parole, ripetute con la vocina stridula del nostro, mi fece iniziare a battere il palmo della mia mano destra sul tetto della mia Golf in stile Lebowski, facendomi fare tutta via Savona in seconda a sessanta all’ora. Il modo migliore per far arricchire ulteriormente una compagnia petrolifera è inserire un gospel della chiesa battista in un disco rock del 1999.

Settimana scorsa è uscito il primo disco solista di Jack White, e io mi sono fiondato a comprarlo, spinto anche dai due singoli che aveva presentato al Saturday Night Live di qualche settimana fa.

Quando ho sentito per la prima volta Love Interruption, uno dei due singoli, non sono riuscito a non pensare intensamente ad una delle canzoni con le quali sono cresciuto, Oh, Me dei Meat Puppets.

L’altro singolo, Sixteen Saltines, si iscrive al nutrito club di canzoni che “riscrivono” You Really Got Me dei Kinks. Si tratta di un pezzo del quale molto probabilmente abuserò quando deciderò di non dare retta agli slogan della società autostrade sui limiti di velocità. È il pezzo più radiofonico dell’album, e sono sicuro che i dj dei vari club in cui si mettono dischi rock non se lo lasceranno scappare.

La mia preferita, probabilmente diventerà Take Me With You When You Go, ultima traccia dell’album. Un country-rock veloce e ballabile, che deve molto al disco live dei Grateful Dead.

L’insieme del disco, ad un primo ascolto, è decisamente piacevole. Jack White riesce (ci riusciva già benissimo con i White Stripes) a riprendere temi della tradizione musicale e a riproporli al pubblico di oggi. Dentro ci si trova un po’ di tutto, perfino una rivisitazione, con I Guess I Should Go To Sleep, di Irene Goodnight di Leadbelly.

Quello che il primo disco ha in più, rispetto ai tre primi dischi dei White Stripes, è un nutrito numero di strumentisti eccezionali, tra cui spunta una pedal steel nella splendida title track, con i quali mettere in piedi degli arrangiamenti un po’ meno basilari. Volevo continuare proponendo un “contro”, dopo aver proposto il “pro”, ma mi sono appena reso conto che “pro” e “contro”, in questo caso, coincidono; mi spiego: i primi tre dischi dei White Stripes avevano un sound, un sound sporco, un sound volendo anche rozzo, ma pur sempre un sound. In questo primo lavoro solista Jack White sembra inseguire disperatamente un sound che sia distintivo, caratteristico, che tenga legato il disco, senza mai riuscire a trovarlo per davvero. Il disco sembra un po’ slegato, questa è l’unica critica che mi viene da fare, ma tenete presente che il disco l’ho ascoltato ancora poco e che non sono ancora riuscito a farmelo entrare tutto in testa.

Si tratta del lavoro di un grande musicista, di un musicista che ama profondamente la musica del suo paese, il blues, il country e il rockabilly, e che continua a dire la sua con una certa autorità.

Di sicuro il disco è centomila volte meglio di questa recensione.

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