Film belli – Il primo uomo, Gianni Amelio (recensione).

Tratto dal romanzo incompiuto di Camus (trovato nella macchina in cui il povero Albert morì nel 1960 e pubblicato per la prima volta più di trent’anni dopo), Il primo uomo è un film altrettanto (volutamente) incompiuto ed estremamente riflessivo.

Amelio, dopo Lamerica (ma con maggior qualità), si trova ancora a confrontarsi con una terra straniera; la storia narra infatti il ritorno in Algeria di Jean Cormery, uno scrittore franco-algerino interpretato da un bravo Jacques Gamblin (il punto d’incontro tra Gabriel Byrne e Willem Dafoe) che richiama in maniera inequivocabile lo stesso Camus. Sono gli anni ’50, siamo nel pieno della questione franco-algerina e Jean è lì per professare un’Algeria in cui musulmani e francesi possano convivere pacificamente.

Jean da bambino.

Il suo viaggio gli permette di ripercorrere alcune fasi salienti della sua infanzia, negli anni ’20: il rapporto mancato con il padre (morto nel corso della Grande Guerra come quello di Camus), la povertà della famiglia, la durezza della nonna, la scuola, il modo in cui è diventato quello che è.

Alternando abilmente il passato e il presente, Amelio ci fa vivere un rapporto molto intimo con Jean; se è vero, come dice il professor Bernard del film, che «ogni bambino contiene i germi dell’uomo che sarà», è certamente vero che Jean è già diventato quell’uomo, ma anche che sta rivalutando la sua vita e il suo ruolo nel mondo. Il dubbio esistenziale si gioca sul rapporto tra pace e lotta, tra rassegnazione e fiera ribellione, tra teoria politica e militanza. L’incomprensibilità della guerra civile da un lato (Jacques si sente algerino ed era povero quanto gli arabi con cui aveva condiviso l’infanzia) e la ragione dei deboli dall’altra.

Jacques Gamblim: riflessivo.

Il ritmo del film è lento, ma efficace e pensieroso, come il protagonista. Come il paradosso di una madre analfabeta con un figlio scrittore, felice di saperlo felice anche se non può capire. L’interpretazione dei quattro attori principali è notevole e la sceneggiatura è ben costruita (soprattutto in alcuni scambi molto precisi). Peccato per l’incompiutezza, ma forse aggiungere un finale ad hoc sarebbe stato ancora peggio. Scelta coraggiosa, film ben fatto. Forse il miglior Amelio dai tempi de Il ladro di bambini.

Giancarlo Mazzetti

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