Pagina 0 – Bram Stoker, Dracula

Ci sono autori per i quali non basterebbe un’antologia intera a rendere giustizia al loro operato, altri per i quali invece sarebbe sufficiente la pagina culturale de ‘Il Giorno Quotidiano Nazionale‘; per altri ancora un libro parla per tutti, come nel caso di William Makepeace Thakeray, autore di Vanity Fair, ma anche di altre opere più ‘sfortunate‘. In certi casi il successo cinematografico ha soppiantato quello letterario – prendiamo ad esempio il britannico Nick Hornby e, con le dovute proporzioni, il nostro connazionale Moccia. Per Bram Stoker parla l’intera cultura dell’imaginario collettivo, per la sua opera parla il pubblico.

Bram Stroker è uno di quegli autori la cui firma è il titolo dell’opera magna che hanno scritto e questo per uno scrittore può essere tanto un pregio quanto un enorme difetto. Nel 1922 era in produzione il primo film su Dracula, ma qualche anno prima l’autore, morto nel 1912, aveva dato indicazioni per una rappresentazione teatrale ispirata alla sua opera che avrebbe rivoluzionato la scenografia dei palchi londinesi – utilizzando delle tecniche di illusionismo che erano state inventate in Inghilterra e potenziate negli Stati Uniti. L’irlandese, un giovanotto cagionevole e predisposto alla miopia, era cresciuto in fretta e furia in ambito culturale. Ma con con lo svilupparsi delle capacità intellettuali vi era stata una repentina crescita fisica, e negli ultimi anni del 1860 era riuscito addirittura a collezionare qualche presenza in una giovanissima quanto promettente nazionale inglese di uno sport che avrebbe rivoluzionato il mondo, il football. Quando nel 1907 intervistò Winston Churchill pose la sua personalissima firma su una nuova epoca storica, una in cui non era nato ma che aveva contribuito, con la sua produzione letteraria, a creare.

Ricordo di aver letto Dracula all’università, per un esame di Cultura Inglese. Durante quei giorni ricordo di essermi spesso guardato le spalle, mentre camminavo solo in un vicolo buio al freddo di un inverno piovoso del secondo millennio. Mi sentivo un respiro freddo soffiare sul collo, suggestione di una completa immersione nell’opera che stavo leggendo. Dracula aveva preso forma e si era impadronito anche dell’ambito reale in cui le mie facoltà ricettive operavano.

“MY FRIEND – welcome to the Carpathians. I am anxiously expecting you. Sleep well to-night. At three to-morrow the diligence will start for Bukovina; a place on it is kept for you. At the Borgo Pass my diligence will await you and will bring you to me. I trust that your journey from London ha been a happy one, and that you will enjoy your stay in my beautiful land. -Your friend,

                                                                          DRACULA”.

Per l’appunto, la terra di cui parla il Conte in queste righe, riportate nel diario aggiornato di Johnathan Harker, è la Transilvania, infestata da lupi, in preda ai briganti e stritolata dalla povertà sociale ed economica; comunque naturalisticamente molto affascinante. È la terra in cui vive una creatura terribile che alleva il terrore e progetta la conquista di una città intera: Londra. Quello che abbiamo sempre pensato da piccoli in relazione ai vampiri è la tremenda sete di sangue che li costringe a cibarsi del prossimo; quello che è passato alla storia nell’immaginario collettivo è il buco sul collo, il dissanguamento della vittima, la morte per mancanza di liquido vitale.

Il Conte Dracula è molto più di un vile sanguinario ed è molto peggio di un semplice predatore. Il personaggio creato da Stoker raccoglie quello che può essere definito scientificamente malefico in un essere umano e il metodo con il quale opera il male è scientificamente perfetto. Il personaggio non ha nulla di epico, è anti-eroico e anti-etico. sfrutta la ‘natura‘ a proprio vantaggio, ne trae nutrimento sfruttandola. Come l’essere umano e la propria viscerale vocazione colonialista e capitalista.

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