Weekend con il morto – Alighiero e Boetti

Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969

Il suo nome era Alghiero e Boetti e così amava farsi chiamare questo memorabile personaggio. Umorista, talvolta sarcastico, amante del doppio, uomo di cultura di mille interessi e ovviamente artista. Anche artistoide, studioso delle scienze, conoscitore della pittura, della numismatica, della religioni, di filosofia nonchè di matematica e letteratura. Generalmente contestualizzato all’interno dell’Arte Povera, l’unica avanguardia italiana che è stata in grado – volente o nolente – di lasciare un segno nella storia internazionale, Boetti è un everyman, un uomo dalle mille risorse, un piccolo grande genio. Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969 è un lavoro che chiaramente parla dell’uomo, o meglio, della pelle dell’uomo e del suo rapporto con lo spazio, l’ambiente, il circostante. Tante sfere di cemento a presa rapida plasmate con la forma delle proprie mani disegnano il volume del corpo dell’artista e allo stesso tempo sembrano volergli dare un peso, un’unità di misura. Spesso sfugge a prima vista, ma in prossimità della spalla destra della scultura vi è una piccola farfalla: la sua delicatezza e il suo colore vivo, stridono con la ruvidità del materiale. Si scontrano il perenne e il duraturo con la caducità e la fragilità di un essere vivente, in qualche modo metafora dell’uomo e della sua piccolezza rispetto a ciò che lo circonda.

Alighiero Boetti viaggiò moltissimo: per piacere, per lavoro, per la moda del tempo e per il puro gusto di farlo. Anche nelle sue opere ci fa continuamente cambiare città, nazione, popolo, lingua. La serie dei lavori postali, spesso intitolati Autodisporsi o Permutazione, è caratterizzata da innumerevoli combinazioni di buste, francobolli, colori, valori in cui la matematica combinatoria è messa al servizio dell’artista per articolare un messaggio. Quale sia il suo contenuto forse non lo scopriremo mai.
Indubbiamente la terra che lo affascinò di più, l’Afghanistan, è quella che ha dato una svolta significativa al lavoro, alla carriera e più di tutti, al suo successo nel mondo. “Quello che ricama” “le mappe di tessuto” “quello che disegna i mondi fatti delle bandiere di tutti i paesi”. Esattamente. Peccato che non era lui Penelope. «Il lavoro della Mappa ricamata è per me il massimo della bellezza. Per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente, nel senso che: il mondo è fatto com’è e non l’ho disegnato io, le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assolutamente; quando emerge l’idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere».

Le sue Mappe, gli arazzi, e le raffigurazioni del mondo attraverso le bandiere dei popoli, sono il tipico immaginario che accompagna Boetti oltre oceano, sui libri di scuola e nelle prime ricerche di Google. I vessilli dei singoli paesi variano a seconda dei cambiamenti politici che si sono susseguiti nel corso del tempo e sono stati realizzati da ricamatrici afgane. Siamo di fronte ad uno dei primi casi, nella produzione artistica contemporanea sempre più numerosi, in cui l’abilità tecnica e manuale dell’artista non ha più importanza e anzi perde di significato. La potenza delle idee, il gesto l’invenzione del dispositivo piuttosto che di una chiave di lettura che consente ad un oggetto, una forma, un insieme di materiali, di diventare qualcosa di altro da sé. (aprendo una parentesi leggermente noiosa, vi invito a riflettere quanto l’abilità manuale è importante per definire un artista davvero come tale. Mi chiedo quanto oggi, con la tecnologia imperante che ci circonda e il mescolarsi delle figure professionali: gli artisti sono anche curatori, i curatori educatori, i sociologi curatori. Sicuramente le cose sono cambiate anche solo rispetto a sessant’anni fa, ma quanto va legittimato, di questo cambiamento, nell’attuale sistema dell’arte? E’ giusto chiederselo? Ditemi anche voi cosa ne pensate).

Vorrei non raccontarvi troppo su questo personaggio davvero incredibile: sarebbe bello se ciascuno di voi, incuriosito, decidesse di scoprirlo da sé. Lo dico perché lo troverete davvero divertente, libero, astuto, laico, arrogante. In compenso vi regalo alcuni titoli delle sue opere, ma senza le immagini dei lavori. Vedete voi stessi che cosa ha fatto.

Mettere al mondo il mondo.
Quando le parole sono stanche.
Le cose nascono dalla necessità e dal caso.
Il progressivo svanire della consuetudine.
Tra se e se.
Ordine e disordine.
Tutto.
Insicuro Noncurante.
Inter-vallo
Punto di pensiero.
Venticinque per venticinque.
Avere fame di vento.
Quattordicesimo giorno.

Mettere al mondo il mondo

Un foglio di carta intelata e una biro blu che, virgola dopo virgola, ci dice Mettere al mondo il mondo.Questo sì che è un lavoro manuale.
Opere ma allo stesso tempo processi, occasioni di riflessione sulla natura e lo stato delle cose. Fanno venire in mente la cura e la consistenza delle esperienze che viviamo. Il titolo dell’opera richiama il miracolo della procreazione, di mettere al mondo un nuovo essere umano che noi stessi diamo alla luce. Portare a termine un’opera simile richiede non solo tempo ma cura, affetto, dedizione, attenzione. Ognuno di noi scriverà tratti di biro di lunghezze, intensità e colore differenti e ognuno di noi è un infinitesima parte dell’umanità, e quindi del mondo. La moltitudine degli esseri umani e le infinite personalità e identità contenute sono, probabilmente, una sola.

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