Abbecedario della forma. C come Cera.

Lettera per lettera.

L’abbecedario è il primo libro che ho avuto. Forse per questo quando Pinocchio esce di casa con la mela ed il favoloso volume sotto il braccio mi sono sentito un ragazzino normale. L’ho letto e l’ho riletto per il corso dei primi anni di elementari, l’ho pasticciato come tutti i bambini, e poi l’ho dimenticato. Non sono neanche sicuro si usi ancora. A distanza di anni, quasi certo che altri metodi didattici si siano distinti e l’abbiano sopraffatto, ho ritrovato questo dispositivo organizzato e didascalico sui banchi delle librerie, nella mia piccola biblioteca, attraverso le case editrici più diverse. Ora è cresciuto. Ha tratti fisiognomici decisamente adulti, ruvidi, non levigati ma spaccati, scheggiati, angolari. La faccia legnosa e spigolante di un giovane Czesław Miłosz lo accompagna, il suo abbecedario. E così questa lista non gerarchica di elementi è una scelta arbitraria; non un vocabolario ma una cintura, un rosario da sgranellare. Ed è quello che farò io. Morsicando la mela che da anni ho dimenticato insieme alla cartella, stenderò il mio abbecedario. Ma non libero. Un abbecedario dei materiali dell’arte. Un abbecedario della forma, di quella componente che è una radice, è una parte, un tutt’uno distinto all’occhio ma indistinguibile alla vita. Questo è il mio abbecedario.

La cera, tralasciando la sua provenienza, se naturale o animale, è una sostanza secreta. Fuoriesce e cola. Lentissima. I favi, le api, gli alveari, sono tutte parole che esprimono l’operosità, la fatica zelante di un operato che è da fare, che è posto nell’istinto dell’animale e che non viene discusso. Una sostanza secreta è anche un elemento che è contenuto vitale di un altro essere; è in qualche modo il suo succo, quello che nel Dottor. Stranamore di Kubric diviene il pretesto ridicolo per una guerra nucleare e che nell’insieme della vita vegetale è spesso la vera essenza del fiore e della sua vita. La cera, in qualche modo, esce da quell’interiora fredda, da quel pigmentato luogo di residenza. In questo modo essa è anche materia interna, intima; è il liquido viscoso che muove dal di sotto alla derma delle cose e che nel suo gesto d’uscita porta con sé tutta l’eredità degli umori secreti. Non è sperma, perché non schizza, ma è come sangue denso che cola indolente e calmo. È in qualche modo caldo, anche se non è un calore legato alla temperatura ma al suo stato psichico.

La cera nella tradizione visuale è inizialmente legata alla scultura funeraria e, successivamente, alla plastica votiva. Come fa notare Georges Didi-Huberman nella tradizione degli ex-voto la cera e la rappresentazioni sono molto primitive, e proprio per questo radicate nel profondo della mentalità umana, troppo umana, di tutti i tempi e paesi. Dunque la cera è umana, decisamente umana. Un materiale che da sempre abbiamo imparato a manipolare, ad usare con le nostre dita. È un materiale digitale, perché mantiene i nostri palmi e le nostre scavature dermiche sulla sua pelle. Ci trasferisce, ci stampiglia e ci mantiene. La maschera funeraria è la trasposizione di questo concetto: viene mantenuto il morto, la sua memoria; e viene fatto con la cera e con quella caratteristica semiotica prima che fisica che è la ricordanza, la possibilità infinita di trattenere in superficie, senza mandare a fondo, evitando un evento metabolico. A Mishima non interessavano le profondità, le lasciava ai poveri di spirito, agli ingenui, ai puerili. Lui ha voluto la superficie, i limiti sulla superficie. La cera esplode questo limite, perché è tutta superficie, perché è tutta impronta. Giuseppe Penone dedicherà sue parole in una poesia alla cera, all’albero della cera; una figura immaginale che rientra quasi in una mistica privata. Un albero delle cera è in qualche modo un albero del ricordo, un albero della digitazione del nostro manipolare le cose. Penone ci dice La cera è materia della/scultura;/la scultura è memoria;/la sua forma è la sua azione/[…]/la cera ricorda,/ha memoria, le sue cellule/ricordano le forme/in cui sono state plasmate;/l’albero è memoria/nella sua crescita percorre/ le superfici con cui viene/ a contatto e ne ricorda/ la forma nella sua struttura;/ la memoria, la cera/ presente nell’anima,/ è la forma preesistente;/ il negativo che viene ripercorso dal ricordo/ del vissuto;/ […]/ la cera è fluida;/ l’albero è fluido.

E questo fluido che è fluore, che è evanescenza e liquido secreto, ha memoria per quello che è, per la sua caratteristica fisica di materia che è plasmata e che prende le forme, che sono per forza di cose forme del ricordo, forme che hanno radici nella mente di chi le modella e nelle menti di tutti quelli che appartengono a questa cultura che è l’essere umano.

Nella miriade di ex-voti, taluni orrorosi, che corrono e percorrono quel limite gotico e sanguinolento della grazia da una condizione di putrefazione del corpo, si trovano reni, polmoni, gambe, mani, cuori, braccia. Didi-Huberman ha ragione quando dice che la cera è particolarmente indicata per questa prassi in quanto un ammalato qualora riceva la grazia per una patologia alla gamba e si ritrovi affetto da una polmonite può fondere la gamba e plasmare un polmone. E questa considerazione, quasi farsesca, non coccia e non rompe con quella memoria liquida. Perché gamba o polmone, la materia assorbe quella dote psichica che è dolore, è rassegnazione allo stento, è condizione di malattia e di sofferenza. Questo è trattenuto, questo scrive la superficie giallastra e rovinata dell’oggetto.

 Tutta la vita della cera e del suo impiego è legata a questa dimensione della memoria e della liquidità dell’umore, da quando viscoso viene secreto a quando, scaldato, viene sciolto. Julius von Schlosser nel suo Storia del ritratto in cera ricostruisce la parabola del materiale che, per questioni biologiche dell’autore del libro, morto nel 1938, termina con la messa al bando da parte dell’estetica classicista – ecco a maggior ragione perché risulta incoerente e derisore l’immagine di copertina, con un opera del 2001 di Maurizio Cattelan, una versione di se stesso in cera che esce da un buco nel pavimento, da pochi mesi battuto in asta. Eppure nel corso del secondo novecento la cera, con il suo intimista di materia interiorizzata e fuoriuscita, con la sua dote di memoria è tornata in alcune riflessioni.

È il caso dei lavori di Michelangelo Galliani, con alcuni ritrtatti e donne adagiate su piombo e ferro in cera che per l’effetto di una fonte di calore scompaiono e si sciolgono sul loro cuscino di piombo e di ferro. Oppure nelle opere di Elena Modorati che riesce a collocarsi a metà rispetto al trattamento di Galliani legato all’aspetto votivo e di sofferenza, di annichilimento della scultura, della sua forma, del suo potere digitale e memoriale, e quindi vicino al limen del dolore e di una barocca orrorosità, e all’uso decisamente concettuale di Gligorov e di Cattelan che utilizzano la cera come espediente formale per giungere ad una resa iper-realista. Questi si sono svestiti della ridicolaggine invasiva della figurazione dei musei delle cere, di quell’intrappolamento coevo e un po’ bizzarro, goffo, che in tutte le metropoli del mondo non esita a riprodurre le star autoctone, e mantengono tutto il rigore dell’iper-realismo e dei suoi connotati. E così la cera trova la sua declinazione formale che comunque, anche se ancora in minima parte, ritorna n ei suoi effluvi sostanziali. Dai Cattelan concettuali, ai Galliani votivi. Tornando ai trattenimenti, ai sobri inscatolamenti di Elena Modorati che nella cera annega fogli di libri e che costituisce una frontiera diversa rispetto al materiale. Qui la cera è una piccola scatola flebile, è un carillon che custodisce una parola. Ma non è trappola viscosa, non è legaccio denso e appiccicoso come avviene per Mirco Marchelli.

In questo corso la cera rimane materiale della memoria. Quella che dalla madchera è divenuta gamba votiva. E che si scioglie e si rifà, che prende le nostre impronte e le dispone entro i limiti della sua materialità.

Annunci

One thought on “Abbecedario della forma. C come Cera.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...