La Musica Così Come La Trovai – The Stooges

I’m a street walking cheetah with a heart full of napalm. 

I vecchi di Milano lo sanno: quando c’è la fiera piove. Una volta la fiera campionaria si teneva, nel capoluogo lombardo, dal tre al diciotto aprile circa (stando a sentire mia nonna) e in queste due settimane pioveva ininterrottamente, o quasi.

I tempi sono cambiati, non c’è dubbio. Una volta gli addetti ai lavori delle fiere d’aprile andavano in giro con i loro abiti grigio topo da rappresentante, oggi si vestono tutti come studenti di qualche materia tecnica di qualche università di qualche città tedesca dal nome impronunciabile ed inquietante. Una cosa, si può dire, è rimasta identica: la pioggia continua a bagnare incessantemente, puntuale come una cagna svizzera che deve uscire a cagare, questi giorni in cui Milano vive sotto il giogo – opportunità – delirio – circo equestre – incubo del Salone del Mobile.

Un'ottima frase che aiuta a capire lo stato d'animo di chi va al salone del mobile.

Quando sento che stanno per avvicinarsi i giorni di questo evento fieristico, generalmente, il mio primo istinto è quello di procurarmi un overcraft, riempirlo di armi e munizioni, risalire con esso il naviglio fino a giungere al Ticino, costruire una capanna sulle sponde del detto fiume, e aspettare tutti quanti al varco, come fossi un cazzo di giapponese a Guadalcanal, passando il tempo ad arrostire i pesci, pescati con la dinamite,  con un lanciafiamme.

Per un motivo o per l’altro, non mi è mai riuscito di realizzare questo proposito, ed anche quest’anno mi toccherà di restare a guardare tante brutte copie di Le Corbusier che vanno in giro in cerca della sedia definitiva, la sedia che cambierà irrimediabilmente le loro vite, la sedia che farà di loro delle persone soddisfatte, cercando di farmi coraggio dicendo a me stesso “non ti preoccupare, è solo un film situazionista, prima o poi finirà”.

Andare a zonzo per la città, con una bella camminata da zarro, a rendersi conto di quanto molta gente compia sforzi incredibili al fine di rendere le calzature più insulse della storia delle calzature, i mocassini, ancora più insulse, personalizzandole manco fossero dei Motorola Star Tac o dei Nokia 3310 o delle VW Polo multicolore del ’96.

polo multicolore di cui, ahimè, abbiamo una diapositiva

Lo so che questi discorsi sembrano molto “tizi alla tavola calda che pigliano per il culo i capelloni in Easy Rider”, ma non ci posso fare niente, è più forte di me, il redneck che è in me (secondo i più recenti studi occupa il 40% della mia persona) vorrebbe appendere uno striscione fuori dalla finestra con su scritto “Get Back to Massachusetts” e andare a spiegare a quelle persone, come farebbe il mio amico Nino Manfredi, che il vino che stanno degustando con molta gioia è stato in realtà pagato un euro e ventitré all’Esselunga di viale Piave (la peggiore tra le esselunghe), e che molto probabilmente quella che stanno passando non è una piacevole serata in un posto cool, ma l’anticamera per una pancreatite acuta. Voglio dire, immaginate di essere al bar a bervi un bianchino: nessuno oserebbe regalarvi un divano.

I’m a street walking cheetah with a heart full of Napalm. Penso che non esistano frasi che possano spiegare meglio il mio stato d’animo durante la settimana del mobile a Milano.

Gli Stooges sono l’antisalone per eccellenza: immaginare Iggy Pop che guarda per più di cinque secondi una sedia senza sedercisi sopra, rompersela in testa, venderla per acquistare droghe ricreative, scoparsela, può condurre a conseguenze tanto estreme da far dubitare, al povero malcapitato che si sia avventurato in tale speculazione, di avere due braccia, due gambe, trenta e passa denti, e tutte quelle robe di cui siamo fatti. Avrò mitizzato il soggetto in questione, questo è sicuro, ma le uniche interazioni che riesco a immaginare tra Iggy Pop ed un qualunque mobile hanno a che vedere con la distruzione e con l’autocompiacimento che viene dalla distruzione.

I tre dischi che gli Stooges ci hanno lasciato, prima di perdersi in vite dissolute e quant’altro, sono quanto di meglio la musica del XX secolo abbia da offrire. Violenza, sporcizia, entusiasmo, erezioni, devastazioni, tragedie. Parole come “songwriting”, parole come quelle che piacciono tanto a Pitchfork, semplicemente non hanno diritto di cittadinanza. Negli Stooges c’è spazio solo per il rock’n’roll, “il rock’n’roll è questo” dicono i loro tre dischi “se così non ti piace, puoi anche andartene affanculo”. All’epoca non se li cagò nessuno, la loro musica non riuscì ad uscire dal circuito di Detroit e New York City. I comportamenti sul palco del leader del gruppo, quegli stessi comportamenti che oggi fanno di Iggy Pop una leggenda, impedirono ai quattro reietti del Michigan di potersi anche solo avvicinare ad avere una strategia di marketing non dico buona, ma quanto meno non illegale. Va aggiunto che la loro musica non è propriamente orecchiabile, specie in quel disco, Fun House (a proposito, e per ribadire l’antisalonismo insito nei miei beniamini: Fun House era il nome della casa in cui i quattro vissero tutti insieme a Detroit all’inizio degli anni ’70. Se la registrazione di Exile degli Stones può essere considerata come L’Iliade del rock’n’roll, le storie che circolano su quanto accadeva nella Fun House sono degne di far le veci dell’Odissea in una improbabile, quanto poco auspicabile, lettura epica del rock’n’roll), che io considero il loro capolavoro. È un disco assolutamente marcio: le canzoni sono tutte uguali, una marcia di soldati post apocalittici interrotta da continui e ripetuti assalti, cariche, scontri a fuoco, razzie, spedizioni punitive. Jumpin’ Jack Flash suonata ad libitum da una banda di internati in un ospedale psichiatrico. Hallogallo dei Neu! suonata mentre fuori si sta combattendo la terza guerra mondiale.

Pensavo a qualcosa di molto simile ad una guerra mondiale quando due anni fa mi trovai a pogare con degli energumeni del nordest, a pochi metri da quello che resta uno dei più grandi showman che i palchi mondiali abbiano mai visto. Uno showman che si è rifiutato di eseguire i suoi brani da solista che la gente chiedeva perché era in tour con gli Stooges e avrebbe fatto solo roba degli Stooges (adesso, sinceramente, chi ha bisogno dei suoi dischi da solista?). Uno showman che, nel 2012, ha invitato buona parte delle prime file a invadere il palco.

Ascoltare gli Stooges, camminare per le strade con il cuore pieno di napalm, sembra un buon programma, non divertente, forse, come quello dell’overcraft, ma sicuramente più realizzabile.

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2 thoughts on “La Musica Così Come La Trovai – The Stooges

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