L’indipendenza Scozzese è possibile?

Alex Salmond, Primo Ministro Scozzese e Capo del SNP

Dal 1707 la bandiera inglese è la Union Jack. Da quell’anno, esiste il Regno Unito, perché in quell’occasione il Parlamento d’Inghilterra e quello di Scozia si sono uniti – non senza difficoltà. Dal 1707, ovvero da 305 anni, il mondo riconosce i tre stati delle isole britanniche come U.K. – United Kingdom. Questo potrebbe non succedere più dal 2015, l’anno in cui ci sarà un referendum ‘nazionale scozzese’ che vedrà il popolo delle highlands votare la loro preferenza all’appartenenza britannica o all’autonoma nazione scozzese. 

Lo Scottish National Party (SNP), che governa l’amministrazione federale scozzese – termine improprio – da quasi dieci anni prepara questo ‘evento elettorale’. Dal 2007, anno dell’anniversario del trattato d’unione, la politica di propaganda da parte dell’SNP si è intensificata. La strategia, puramente anglosassone, è stata quella di fissare l’evento con sette anni d’anticipo per preparare il terreno, istruire gli aventi diritto al voto, promuovere una campagna informativa e rafforzare quindi il movimento indipendentista per arrivare coesi sette anni dopo all’appuntamento con la storia.

Già da tempo un giocherello di parole vuole che l’acronimo U.K. sia sostituito, in ambito accademico scozzese, con il più irriverente F.U.K. ‘Former United Kingdom’, o anche con R.U.K., “Remainder of United Kingdom”. Il Parlamento scozzese, che venne abolito con il famoso trattato trecento anni fa, è stato re-isitituito nel 1999 e gli è stato conferito un potere amministrativo completamente autonomo – ovvero l’ordinaria amministrazione di sanità e istruzione pubblica – ma un pressoché nullo potere legislativo ed esecutivo: inoltre tutto quello che riguarda la politica estera è deciso dal governo britannico centrale, quello di Londra, che non sarebbe un errore chiamare il ‘governo Inglese’ – come d’altronte si fa comunemente – anche se dovrebbe essere il governo del Regno Unito intero.

Il ‘Parlamento dei gonnellini’ – come lo chiamerò ora perché mi sono stufato di continuare a ripetere ‘inglese, scozzese, Regno Unito eccetera eccetera’ – fu reintegrato nel 1997 dopo un altro referendum. Al tempo, gli scozzesi chiedevano solamente un sistema autonomo di tasse e un proprio organo decisionale per affari regionali; anzi, solamente il 73 percento dei votanti era favorevole al Parlamento Scozzese. Dico ‘solamente’ perché gli scozzesi rivendicano la loro autonomia da centinaia di secoli, da prima che l’unione venisse ufficializzata con l’Union Act del 1707, dai tempi di William Wallace, per chi può capire meglio grazie ai personaggi storici portati alla ribalta dalla cinematografia. Sono secolarmente indipendentisti, quindi un’adesione agli ideali di autonomia da parte del cento per cento dei cittadini non è da escludere, sulla carta.

Sean Connery e Alex Salmond

Dunque, anche la battaglia politica per la riapertura del Parlamento dei Gonnellini fu vinta con una campagna e una propaganda culturale costruita nel tempo, con gli anni e con pazienza. Così gli scozzesi stanno cercando di fare ora con il Referendum per l’Autonomia. Per chi fosse nuovo riguardo la politica ‘estera’ anglosassone, ottenere la completa autonomia dalla corona inglese è in pratica un’operazione impossibile: solamente due stati ci sono riusciti nei secoli, gli Usa e l’India; per quanto riguarda gli altri – gli ex possedimenti coloniali e gli politicamente autonomi nati da questi – tutti quanti sono  ascrivibili sotto la dicitura ‘Paesi Membri del Commonwealth’ che vorrebbe dire ‘Paesi Membri del Bene-comune’ ma in realtà significa ‘Paesi Membri del Bene-inglese’. Perché l’Irlanda ottenesse autonomia c’è voluta una guerra civile che tuttora lascia questioni aperte.

Ma da un punto di vista economico e politico, quanto conviene agli scozzesi raggiungere l’agognata autonomia staccandosi totalmente dalla corona della Regina Elisabetta? Raggiungere l’indipendenza oggi ha lo stesso significato che aveva manterla 300 anni fa? o averla riconquistata cento anni fa? O è semplicemente un punto d’orgoglio interno alla cultura scozzese, che non ha nulla a che vedere con motivazioni oggettive e plausibili dal punto di vista culturale, economico, finanziario, politico e quant’altro. Lo spirito di autoaffermazione del popolo scozzese è longevo, ma con i secoli le differenze culturali con l’Inghilterra si sono appianate. Inotre, secoli fa c’era una problematica legata alla corona che fu risolta ‘diplomaticamente’ dalla casata degli Stuart.

Tornare Scozzesi farà del popolo delle Highlands una nazione unita o piuttosto una nazione monca? Dal punto di vista culturale, le motivazioni sono inconsiderabili: qualsiasi popolo ha il diritto di richiedere l’autonomia per qualsiasi motivo. Dal punto di vista economico, la più grande risorsa industriale presente in Scozia  – che garantirebbe una certa autarchia nazionale, il punto di partenza per giustificare un’indipendenza ‘monetaria’ – sarebbe il fatto che la nazione, la più ventosa d’Europa si reggesse sull’industria dell’energia eolica: un po’ poco per giustificare un’autonomia e sostenerla economicamente. Inoltre, per ora il 15 percento della forza lavoro scozzese compresa tra i 22 e i 35 anni – quella che determina gli ‘ammortizzatori sociali’ di un paese – è occupata dai cantieri navali della Royal Navy, la Marina Militare Inglese. Ad oggi la Scozia è una nazione culturalmente indipendente, ma economicamente dipendente dall’intero Regno Unito.

I presupposti per una completa autonomia sono ancora lontani dall’essere decisivi in uno scenario apocalittico che, se dovesse avverarsi a queste condizioni economico-sociali, fra tre anni sarebbe disastroso. Gli scozzesi sono un popolo orgoglioso e non vedono l’ora di potersi staccare dai padroni inglesi, ma nel XXI secolo, forse, l’indipendenza può essere raggiunta con metodi diversi rispetto a quelli che si utilizzavano fino a poco fa, ovvero l’autoproclamazione per autodeterminazione dei popoli, una terminologia che piace tanto alle sinistre nostrane, ma che funziona malissimo nella dinamica politica, economica e sociale del mondo di oggi – e le recenti ricorrenze riguardo alla guerra in ex-Jugoslavia sono lì a ricordarcelo. Storicamente sarebbe più corretto trovare un compromesso internazionale in cui la diplomazia riuscisse a raggiungere la soluzione al ‘problema indipendenza’ con un programma più spalmato nel tempo e meno azzardato.

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2 thoughts on “L’indipendenza Scozzese è possibile?

  1. La Scozia, nei tempi passati, rivestiva il ruolo di leader mondiale nella cantieristica navale, nella progettazione e nella produzione d’acciaio. Oggi, le miniere di carbone e le acciaierie
    sono al minimo della produttività, così come i cantieri navali. Lo sviluppo economico si è dedicato in altri settori quali: energia, finanza, servizi, scienze sperimentali come le biotecnologie, ingegneria hi-tech ed elettronica. Il settore finanziario si è sviluppato al punto che Edimburgo è diventata il quinto centro in Europa in quest’ambito. Il turismo contribuisce in maniera determinante allo sviluppo del paese, ma anche il settore dei servizi statali fa la sua parte: un lavoratore su quattro è impiegato nel settore pubblico. La maggior parte della produzione manifatturiera è costituita dall’elettronica, dall’industria tessile e alimentare e dalle bevande (il whisky è uno dei prodotti più redditizi).

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