Weekend con il morto – Primo Levi.

Gabriele Croppi. Shoah e postmemoria.

La vita più che la morte di Primo Levi è scritta in ognuna delle nostre menti indelebilmente. In modo coatto per via delle sue letture, spesso obbligate nelle scuole dell’obbligo. In modo automatico per l’eredità che l’esperienza nazista del genocidio è sepolta in noi, nel nostro ambiente culturale d’appartenenza europea. Di Primo Levi ho letto molto, le posie e i romanzi; e ricordarlo significa innanzitutto suggellare nuovamente, infuocare il marchio che lega tutti alla circostanza necessaria delle memoria come metodologia della salvezza. Come strada principale per non permettere il fiorire di sentimenti disumani massificati. Parlare di lui adesso significa innanzitutto levare un ricordo a quello cui è impossibile comprendere e imprescindibile conoscere.

In una intervista del 1984 sulla RAI con una Lucia Borgia piuttosto goffa, incorniciata in un paio di occhiali di tartaruga della dimensione di una maschera di carnevale, Levi risponde con disinvoltura alle domande. Quando gli viene chiesto quale siano le doti e le caratteristiche che potevano permettere la sopravvivenza lui risponde con una sicurezza insospettata, la fede. Non necessariamente religiosa, ma pervicace e attaccata a qualcosa che esiste oltre a noi, al di là dell’individuo. Così come la fede politica, la fede filosofica.

Intervista parte 1

Intervista parte 2

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