Scrittori della domenica. Prova di prologo.

Gli scrittori della domenica

A loro piaceva così. Le stanze chiamarle sale. Le candele, incensi. Le cameriere, servitù. La porta d’ingresso di un legno mogano, sempre lucida di cera, non si intravedeva se non dopo quattro rampe di scale di marmo bianco, lindo sulle estremità e lievemente logoro nel centro dei gradini, testimonianza dei mille e più tacchi che lo avevano calpestato.Sul pianerottolo, solitamente dopo un’attesa di qualche secondo nel vedere aprirsi la porta, una brezza portava un piacevole profumo di viole, o di qualche altra essenza.

Le luci dei lampadari sempre accese ad illuminare quella maestosità rimbalzavano sul giallo cangiante dello stucco che avvolgeva tutte le pareti della casa quasi a contrapporre quell’ambiente austeramente nobile alla realtà esterna così “brutalmente proletaria”. Il rumore dei tacchi  sbattuti sul parquet echeggiava nei meandri delle volte dei saloni. Ogni sabato era così. E a loro piaceva così. Ogni sabato una cena nella quale dilettarsi nel parlare con persone del loro stesso calibro sociale ma soprattutto nel cogliere, con ipocrita riluttanza al compiacersi in pubblico, i complimenti lanciati come rose forzatamente dovute alla protagonista del miglior chekov. Vivevano cosi. Tra il loro palco sul quale raccoglievano rose e applausi e il mormorio della piazza smaccatamente scettica.la lenta cadenza della settimana era solo il lacerante e faticoso allestimento dello scenario. incensi. Tovaglie. Pizzi. Bicchieri. Servizi. Si viveva cosi, allora, in quella casa. Tanto ammirata quanto ridicolizzata per la sua ritardata fondazione. Eppure tanto la signora Gorsky si impegnava per mandarla avanti e , più che quello, per mantenere quello sfarzo ottocentesco. Impegno fisico ed economico. La Signora ,così chiamata oramai da tutti, aveva una cinquantina d’anni nonostante cercasse con qualsiasi tipo di trucco di mascherarlo. Viveva con la sua casa, più importante di ogni legame affettivo, nella Francia bretone del nord. In una vallata abitata in numero maggiore dagli alberi che dagli uomini, perennemente, o quasi, avvolta da un sottile velo di foschia che ne accreditava e giustificava l’usanza di chiamarlo castello. Il paesino era piccolo e ,certamente, il ceto alto borghese non era così ben sviluppato, anche e soprattutto, perché malvisto dalla popolazione di quel “feudo” come la signora era solita definirlo. Popolazione tanto incline al piccolo commercio delle botteghe quanto chiuso ad ogni forma di espansione. La signora Gorsky viveva li, in quel contesto così diverso, opposto, alle sue maniere gentili. Si intratteneva al fuoco del camino con qualche ospite e, senza particolari scrupoli, disprezzava la comunità con appellativi che suo marito non esitò, all’istante, a definire inappropriati. La signora Gorsky era sposata, da circa dieci  anni. Il fortunato, o la vittima, era un ricco industriale farmaceutico. Il suo nome era Francois Le Chatelier. Uomo intrigante e fascinoso nonostante le rughe incombenti e i capelli alle prime ciocche bianche. Si era sposato più per la ripetuta e impellente spinta del padre che per sentimento. Tuttavia aveva imparato negli anni a voler bene alla sua compagna, anche se, lui diceva, si era affezionato più alla sua esuberanza che a lei in quanto essere pensante. Oramai perversamente succube delle stranezze della moglie, Francois,  assecondava ogni sua richiesta, cercando ,per lo più, di convincersi che tutta questa sua puerile sottomissione potesse risollevare le sorti di una relazione tenuta in piedi solo più dalle loro vanità. Il loro rapporto aveva, a detta dei figli , -due persone dalla lingua tanto veloce quanto insidiosa-  smesso di esistere sin dal primo istante in cui aveva provato a nascere. Praticamente quando la Signora , con disinvoltura e freddezza nemmeno additabili ad uno specchio, rifiutò ,di fronte alla famiglia dei Le Chatelier al completo, il loro celebre cognome. Il tutto per una forma di narcisismo patriottico che mai, nella sua intera esistenza, rimpiangerà.

Il racconto Prove di prologo è di Manuele Berme.

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