Scrittori della domenica – Amis

Gli scrittori della domenica

Non era altro che il solito inanellarsi delle incombenze lavorative. non era altro che il lento incurvarsi della vita sulle fatiche che, ogni giorno, non si sottraevano dal far provare dolore.  eppure, in quel giorno di così tanta insofferenza verso la scrivania, la grafite, il pennino, ogni arnese d’ufficio e d’ufficiosa morte routinaria, ogni voltarsi, accucciarsi, sporgersi, era decretare un ascendente involuzione della esistenza sino al suo punto zero: la morte. Era così che aveva appreso essere il quotidiano Amis,  figlio Serafini.

Quel grottesco, beffardo giustapporsi di ogno gesto al suo speculare sosia di qualche manciata di ora addietro che creava, plasmava, plagiava il tutto a circolo inafferabile e straziante. Non era stato educato, non era stato spronato al migliorìo, all’affinamento. Solo, era stato reso avvezzo a considerare ogni suo movimento come il ripetersi scialbo di uno già compiuto, volgendo a ritroso l’esistenza sino al concepimento primordiale di ogni sua sorte, la nascita. La famiglia Serafini sopravviveva nell’eco dei suoi sogni passati, e tendeva al campare nella periferia di una città non tanto famosa o conosciuta,ma sviluppata al punto da possedere bar, giardini, cinema e forse luoghi appartati d’amori carnali. questo inchinarsi, delittuoso a dir poco nei confronti del  vivere, lo assimilava anche il giovane Amis. la sua vita, non ben definita sin dalla sua nascita, sconosciuta infatti la causa o la prorompente spinta che aveva portato a questo nome, si svolgeva tra il dolce amore verso la madre premurosa di tante attenzioni e il fatalismo catartico e assoluto del padre. Nessuno si curò mai ,davvero, dei motivi per cui questa perversione aveva bacato a tal punto l’evoluzioni riflessive di quel pover uomo. Non esiste, realmente, una matrice, un punto d’inizio, una scintilla arcana che permetta di delineare un inventario -più o meno accurato- di quella famiglia fagocitante di classe media e mediamente soddisfatta dell’operare in questa ,o quella, pseudo società di tale nazione d’avvenierismo estremo. in nulla ,che non fosse quello strambo e inusuale rassegnarsi ad una simmetria esistenziale spudorata di giorno in giorno, quella famiglia differiva dalla porta accanto o forse da qualche luccicare di sale da pranzo o cucine di altri condomini o case. l’accomunarsi di tanti e vari particolari e sistemi di vita regnava stagnante nelle periferie di città simili a quella. Si viveva, più ch’altro per inerzia. Il sole sbucava e filtrava timorosamente dagli spazi delle inferiate, dai fori delle grondaie, dagli inframezzi dei balconcini alternati a incastro, dalle orbite oculare di quegli scheletri viventi. Erano le sei. invernali o forse addirittura estive, ma d’incanto fuligginoso e cadenzato sempre le sei. qualche minuto trascorreva nel tiepore del letto, quel calore consapevole strappato al rintocco incessante dell’orologio cucù che ornava di un fanciullesco e infantile il giaciglio d’adulti vizi e pensieri.l’alzarsi stanco, presentimento futuristico di dolori, portava con il sommesso scricchiolare del pavimento lo sgocciolare di un lavandino in una tinozza bianca di tintura, nera di alcuni aloni e di logorii eterni. il delicato sovrappore della camicia alla pelle, e poi, a questa, della giacca. non v’erano, a dire il vero, rumori ,a questo punto, ma solo il lontano frusciare di tessuti o la sensazione di un coprirsi, quelle nudità oscene di vermi di terra. lentamente le fiammelle si accendevano ad una ad una in una catena fraterna di affetti, pire che scintillavano in quel torpore pressochè notturno. Il caffè squillava, fregava ruvidamente contro il silenzio d’oblio del mattino, s’insinuava nell’intime coperte avviluppate alle altre membra di scatto, urtando la gamba anteriore verso i fornelli, si sovrapponevano il frastuono indecoroso di questo sfregamento al terreno con il fischiettìo della moca argentea al definitivo e crescente riempirsi e scivolare del caffè nella tazzina. Il discreto e mascherato sbevazzare e succhiare, col fiato incollato di gran ritmo che s’infilava di raffiche tra i denti inclinati e merlettati, echeggiava tra i vasi e percorreva d’echi l’incavo vuoto della tazzina. lo sciacquìo ovattato e contenuto dall’acqua stagnante si spegneva a intermittenza con lo sgocciare lento e cadenzato. Poi, di rapida sequenza, le chiavi che s’alzavano dal tavolo, i passi attutiti dalle calze pesanti sui piedi intirizziti e poi risonanti di scarpe nere e luccicanti. lo sbattere rabbioso e ossequiosamente contenuto della porta senza cigolìo alcuno. Slam. Null’altro a percuotere le pareti imbiancate e un pò sottili. solo l’idea, il pensiero di percepire una vibrazione di quell’ultimo rumore o sommesso quanto incauto sibilare o bailame involuto. quando tutto s’era riacquietato, il tempo di immaginare il pendolare lento del cucù, e la madre d’inerzia gravosa e appesantita svuotava il letto strapazzato di ogni peso o membra assopite. Le cosce lisce e un pò vellutate puntellavano dolcemente le lenzuola evitando ogni rumore o minimo scricchiolìo delle doghe porose e rigide. I passi s’alternavano rapidi e s’alternarono pallidi e sparuti soli da quando Amis iniziava ad interessarsi alle parole del padre che dormiva sul divano da giorni.

Il racconto Amis è di Ergo Therom.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...