Londra Olimpia


Le strade di Whitechapel sanno di curry e fritto fin dalle prime ore del mattino. I lastricati di Bricklane, ricurvi e usurati da migliaia di passi giornalieri, si distendono cupi biforcandosi in vicoletti e passaggi, destreggiandosi tra vecchie costruzioni di inizio XX secolo e nuovi, avveniristici palazzi di inizio millennio. Se dovessi descrivere la capitale britannica in due parole direi vetro e mattoni: glass and bricks. In questa città ogni cosa sembra avere un tempo determinato; i piccoli esercizi commerciali aprono e chiudono continuamente in pochi mesi, i trasporti pubblici sono in continuo evolversi e trasformarsi, la viabilità – stradale, aerea e fluviale – è modificata a ogni piè sospinto. L’area urbana è un eterno cantiere e la capitale inglese – ammesso che “Londra sia Inghilterra” o che “Inghilterra sia Londra” – si prepara, caotica ma risoluta, ad un anno di eventi epocali.

La Regina Elisabetta, quella piccola nonnina rigida e minuta, festeggia il suo 60° anno di reggenza, il Giubileo di Diamante, e lo fa inaugurando i XXX Giochi Olimpici. Sembra quasi che ci prendano gusto, i britannici, ad essere sempre così pignoli in tutto: sessanta anni di reggenza, trenta edizioni olimpiche, duecento anni dalla nascita di Charles Dickens, tutto nel 2012. In occasione di queste ricorrenze, la più antica monarchia costituzionale del globo è giunta ad un punto di svolta: da un lato avrà modo di mostrare al mondo la proverbiale disciplina e il mitico senso civico del popolo britannico, da un lato, invece, sarà il mondo intero, con gli occhi puntati sulla metropoli-fornace-calderone da 12 milioni di abitanti, a valutare quanto sia effettivamente libera e democratica, civica e matura questa nazione, che più di altre è confinata nei limiti urbani della propria capitale.

Ce lo si chiede spesso, viaggiando attraverso la città, quanto il ligio rispetto della libertà sociale sia effettivamente frutto di una innata disciplina genetica o piuttosto il tacito imponimento di regole e comportamenti passivamente recepiti e attuati meccanicamente da tutti i cittadini. L’educata imposizione delle normative di comportamento, a Londra, è ovunque: quando percorri i corridoi della metropolitana “Keep Right“, quando prendi le scale mobili “Be careful after few drinks“, sali le scale “Stairs Up“, le discendi “Stairs Down“, arrivi all’aeroporto “Keep Calm, Uk Border“, cammini per strada “Don’t Look Suspicius“.

In un grigio, temperato e gaelico pomeriggio di metà marzo, giorno di San Patrizio, la città sembra pronta ad ogni possibile scenario connesso ai festeggiamenti del 2012. Sul South Embankment, la riva meridionale del Tamigi, è stata ultimata la nuova traccia sopraelevata (che prolunga quella esistente della London Overground, contraddistinta sulla mappa da un vivido arancione), nello stile della magnifica S-Bahn berlinese; la nuova ‘rotta metropolitana’, insieme ad altre quattro linee, metterà in comunicazione il villaggio olimpico, situato a Hackney e Stratford, nel nord-est dell’area urbana, con il centro della metropoli. Così i turisti potranno farsi un giro di roulette fasulla al Trocadero di Piccadilly per poi fiondarsi, muniti di berretta da contabile in pensione, allo Stadio Olimpico per assistere all’arrivo della Maratona. Le autorità governative hanno stime precise sulla marea di pubblico e turisti che si riverserà su Londra, ad oggi la città con più affluenza turistica al mondo. Mentre cammino sugli argini del torbido fiume, quasi all’altezza con Hungerford Bridge – tristemente famoso per essere il Ponte dei Suicidi – mi imbatto in una coppia di vecchietti che malinconicamente, uno affianco all’altro senza sfiorarsi, osserva l’ultimo tratto del cantiere ferroviario che sta per essere smantellato mentre in sottofondo il metallico rumore delle operose-opere pubbliche britanniche continua a sferragliare. Mi chiedo cosa pensino: se per loro è emozionante oppure ordinario, se si sentono orgogliosi o piuttosto scocciati, se ci tengono a fare bella figura con i turisti o semplicemente cercano di capire cosa stia succedendo. Avevo passato il giorno precedente in macchina, dalle sei del mattino alle sei di sera, sperimentando sulla mia pelle il successo fasullo del Congestion Charge: per percorrere trecento metri a Wimbledon, periferia sud-ovest, ci ho messo due ore. E non si poteva fare inversione.

L’aplomb inglese fa sembrare tutto ordinario, come se Giubileo di Diamante, Giochi Olimpici, Crisi mondiale e Cambio della Guardia fossero eventi all’ordine del giorno. Come se rimanere chiusi in metropolitana per 35 minuti tra una fermata e l’altra, in un tunnel che è pochi centimentri più largo del treno stesso fosse un normale riassestamento della linea all’ora di punta. Eppure c’è il sospetto che questi inglesi sempre previdenti, programmatori e pianificatori non abbiano idea di quello che potrà succedere quando l’evento epocale delle olimpiadi sarà in atto in una delle città più grandi del mondo. E il sospetto di un avventore abituale quale posso essere io è forse fondato su sensazioni, ma non per questo privo di fondamento.

L’olimpico passaggio di consegne avviene tra Pechino e Londra, due città a loro modo oberate dalla sovrapopolazione e con una diversa concezione della dignità sociale. Per gli inglesi sarebbe inconcepibile, per non dire inaccettabile, che qualcosa possa andare storto, che non ci siano abbastanza alloggi, che i mezzi pubblici non riescano a reggere l’impatto virulento delle masse, che si vendano biglietti falsi all’esterno delle strutture sportive, o ancora che la gente dorma per strada che si verifichino manifestazioni non autorizzate. Insomma, tutto quello che sconfina oltre il controllo della società è per loro semplicemente estraneo.

Perché il sistema meccanico della città-fornace funzioni tutti quanti devono sapere che la tessera della metropolitana si passa sui tornelli all’entrata e all’uscita, che sugli autobus si sale solamente dalla porta anteriore, che un taxi può rifiutarti perché sei troppo sbronzo e che al pub il prezzo della birra non è mai esposto. Tutti devono sapere, inoltre, che se ti dicono di non fumare in quel posto tu non lo fai, altrimenti galera; se c’è scritto che non si vendono alcolici dopo le 24 non ti puoi lamentare, altrimenti galera; quando ti perquisiscono fuori da un locale in cerca di un coltello che non hai non ti puoi ribellare, altrimenti galera; se non spendi minimo 10 sterline non puoi pagare con la carta, tanto meno col bancomat, altrimenti galera – ma in questo caso di solito basta una banconota da cinque pound sterling e il contenzioso è sistemato.

In questo cartello la parola "police" è stata modificata in "lice", plurale irregolare di "louse", pidocchio.

Che la Regina Elisabetta festeggi il Giubileo di Diamante – gareggiando con Victoria (la regina, non la Spice Girl) per il record assoluto, come Pippo Inzaghi con Raùl per i gol europei -, che a Londra si festeggi per i duecento anni di Charles Dickens – esimio romanziere, pioniere del giornalismo d’arrembaggio -, che a Londra si tenga la XXX edizione del Giochi Olimpici, poco conta. L’esistenza britannica, lenta e ponderata, procede. Il senso di responsabilità individuale è ‘commissionato’. Quel che accade, accadrà.

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