La Musica Così Come La Trovai – The Small Faces

Non c'è proprio un cazzo da ridere, guardate cosa mangiate a colazione. Non fa ridere. Nemmeno un po'.

Qualche tempo fa mi sono imbattuto nel trailer di Grand Theft Auto V, l’ennesimo capitolo, in uscita a novembre, della serie di videogiochi capolavoro che dai tempi della prima, indimenticabile, Sony Play Station, accontenta i desideri di ogni disadattato del pianeta. GTA unisce tutti, ci gioca lo zarro di dodici anni che si ammazza di seghe su Redtube, e ci gioca il giovane intellettuale che tenta di abbordare le tipe in biblioteca. Questo perché GTA è il gioco perfetto. In quella che considero la versione meglio riuscita del gioco, GTAIII, il mio passatempo preferito era quello di rubare il camion dei pompieri e andare in giro a spazzare via la gente con l’idrante mentre le macchine della polizia mi rimbalzavano addosso. C’era chi passava ore intere ad aggirarsi per Liberty City col carro armato, ottenuto grazie ai trucchi, ma per me il camion dei pompieri era il mezzo perfetto, il mezzo definitivo.

GTA V sarà ambientato a San Andreas, città immaginaria ispirata a Los Angeles già teatro di quello che io considero il capitolo meno azzeccato dell’intera serie, quel GTA San Andreas nel quale avevi tante di quelle stronzate a cui pensare (Vestire il tipo, tatuare il tipo, fare le penne con la bici, farlo diventare obeso, farlo dimagrire, farlo diventare palestrato, ascoltare Hank Williams Jr sulla radio country, andare a zonzo per il deserto, prendere a bazookate i messicani, nuotare nell’oceano pacifico, fare il jihadista con l’aeroplano e tante altre), che alla fine ti dimenticavi di fare le missioni.

Chi ha voglia di fare una missione quando può far ingozzare un afroamericano di pollo fritto fino a farlo diventare obeso, mentre se ne va in giro in mutande,con un mitra tatuato sulla schiena e con un chiodo prussiano in testa?

La mia speranza è che la nuova San Andreas sia un po’ meno dispersiva della precedente e che le nuove missioni possano essere all’altezza di quelle di GTAIV.

Quando uscirà mi chiuderò in casa per tre giorni, di questo sono sicuro. Intanto, quei mattacchioni della Rockstar Games mi hanno già fatto una graditissima sorpresa: la musica che accompagna il (bellissimo) trailer è Ogdens’ Nut Gone Flake degli Small Faces, canzone d’apertura dell’omonimo album uscito nel maggio del 1968, un disco che rimase al comando delle classifiche britanniche per ben sei settimane. Un disco totale. L’etichetta era la Immediate Records, la casa discografica di Andrew Oldham, mentore, produttore, deus ex machina, e grande amico dei primi Rolling Stones (non ho detto i puffi, ho detto proprio i Rolling Stones). Rock Psichedelico e Teatro Cockney. Il miglior rock-blues, con quel tocco di Monty Python che non guasta mai. Mai!

La storia degli Small Faces può essere paragonata a quella di un altro grandissimo gruppo londinese: i Kinks. Entrambi i gruppi hanno iniziato la loro carriera suonando un rhythm’n’blues potente, tanto grezzo da essere spesso considerato un proto hard rock, per poi dirottare la propria ricerca musicale su suoni più sofisticati. Entrambi questi gruppi possono essere visti come le versioni commercialmente meno fortunate degli Who.

Gli Small Faces furono gli interpreti più convincenti di quell’R’n’B veloce, distorto e devastante. Steve Marriott era il cantante perfetto, il miglior cantante di blues bianco con John Fogerty dei Creedence. Marriott dava la paga a qualunque altro cantante di qualunque altra band R’n’B britannica. Il cantante degli Yardbirds, mi spiace molto per lui, avrebbe fatto una pessima figura anche solo come pulisci cessi del buon Stephen di East Ham. Eric Burdon degli Animals, Steve Marriott, John Fogerty: il blues bianco anni ’60.

Io non ne so niente di musica. Non so suonare, non capisco nulla di quello che è il processo produttivo, non mi interesso di come una canzone sia o non sia stata scritta. Non me ne frega niente. Scrivo di musica semplicemente perché è l’unica cosa, a parte fare l’amore, che faccio ogni giorno con gioia, senza sentire il peso di doverlo fare. Mi sveglio e ascolto musica, così come mi sveglio e faccio l’amore. Se fosse possibile scriverei di fare l’amore. A volte mi è stato detto che scrivo come se stessi dando una lezione a qualcuno. Bene, è un problema di chi legge, in ogni caso, in ogni campo. Non mi riguarda, non mi interessa, mi annoia, mi uccide. I problemi degli altri non mi interessano minimamente, li trovo piccoli, stupidi, inutili. Ti sembra che ti stia dando una lezione? Be’, molto probabilmente è così, ed è solo un problema tuo. Io, guarda caso, non ho mai avuto l’impressione che qualcuno mi stesse dando una lezione. Sarò stronzo, ma è così. Ascolta, stai zitto, non lamentarti. Se ti sembra che un coglione semialcolizzato come me ti stia dando una lezione, devi farti più di una domanda, devi proprio farlo. Fare l’amore, ascoltare la musica: questo mi piace, mi piace molto.  E dato che, grazie al cielo, faccio l’amore con una sola splendida donna, faccio di tutto affinché la mia playlist di iTunes “i 25 più ascoltati” contenga il minor numero di artisti possibile. Ci sono i Creedence, c’è Tom Waits, ci sono i Ramones, ci sono gli Stones: queste sono le mie fidanzate, tutte le altre band sono come le donne che vedi passare per la strada e che vorresti, sinceramente, smodatamente, amare, ma solo per qualche ora. E ci sono gli Small Faces. Questi Small Faces, quelli dei video che vedrete qua sotto.

Mi piace ascoltare la chitarra di Steve Marriott, e mi piace ascoltare il basso di Ronnie Lane. La chitarra degli Small Faces, il più delle volte, soprattutto nel primo disco, non ha nulla a che vedere con la musica. È religione, è misticismo. È assurda. È mistica come quei mistici americani che si rifiutavano di leggere gli scritti di Calvino o di Ulrico “datti una calmata” Zwingli e si limitavano a dare in escandescenze, fondando colonie e città, nuovi luoghi per nuovi santi. Mi ricorda tantissimo una lezione di Letteratura Angloamericana, tenuta dal venerabile (dico cazzo sul serio) professor San Pietro, in cui agli studenti fu posta una semplicissima domanda. Quello fu uno dei miei rari, e godutissimi, momenti di gloria. “Cosa cerca un cristiano?”, questo ci era stato chiesto. Ero rimasto immobile a sentire risposte suggerite dalla visione mediatica del cristianesimo come, che ne so, “la verginità”, o “la purezza”, o “l’ordine”. A sentire le risposte dei miei compagni mi sembrava quasi che la religione più diffusa nel mondo non fosse altro che una rivisitazione in chiave hippy del nazionalsocialismo. Non potevo accettarlo. Io porto il nome, io porto il marchio di quella religione appiccicato addosso, scritto sulla carta d’identità, sul passaporto, sulla patente. “Lieta Novella”,  “Buona Notizia”, “Parola di Dio” [certo che ti do lezioni, cristo santo, mi chiamo “parola di dio”. Cosa ti aspetti da uno che di primo nome fa Nikolaos (vincitore tra o del popolo) e che di secondo nome fa Gospel (Parola di Dio, Lieta novella, Buon Discorso)] , questo è il mio secondo nome; non ero assolutamente disposto a vivere la verginità come una “Buona Notizia”, come un avvenimento di cui andare particolarmente fieri, così alzai la mano, unica volta in tutta la mia carriera universitaria, e dissi semplicemente: “La Salvezza”. Avevo in mente vecchi Gospel come I Am a Pilgrim, o come Coming Down From God. La musica americana mi aveva sempre suggerito questo tipo di sensazione religiosa: quella sensazione che ti diceva che anche il peggiore tra i criminali, anche il più sudicio tra i bastardi, aveva diritto a sognare un posto migliore oltre il fiume, oltre quell’enorme fiume. “Ok”, questo mi dice l’epopea musicale americana, “adesso stai attraversando il fiume, stai facendo di tutto per farlo, anche cose di cui non vai minimamente fiero. Ciò che importa non è ciò che fai. Ciò che davvero importa, il sentimento religioso fondamentale, è il fatto che stai attraversando il fiume, per andare da qualche altra parte”. Dove? Boh! Gente come Agostino e Kierkegaard ci ha costruito una carriera su sta roba, E. Il prof mi diede ragione, facendo notare a tutta la platea di ottimi e fini linguisti come noi filosofi, in genere dipinti come segaioli del cervello, fossimo in realtà i migliori nell’individuare le risposte semplici. Quelle due parole, quell’articolo determinativo e quel sostantivo, mi piacevano da matti. Mi piacevano più o meno come mi piace la chitarra di Marriott in Come On Children o in You Need Loving. Niente stronzate, solo musica, violenza, espressione.

Tutto questo non c’entra niente con le cose di cui dovevo parlare. Dovevo parlare di un gruppo di inglesi. Gli inglesi sono un popolo insulso, che mangia male, che dorme con donne orribili, con cosce schifose che faccio fatica a descrivere senza vomitare. Gli inglesi non hanno niente a che fare con dio, vivono in città orribili e guidano dalla parte sbagliata. Sono dimenticati da dio. A parte gli Small Faces, e li amo per questo.

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