Marò e Lamolinara: grane per Terzi

"Il ministro della difesa"

Il ministro Terzi, ai tempi dell'ONU

In questi giorni il ministro degli Esteri Giulio Terzi è stato ultra occupato. Da una parte i viaggi in India alle prese con la spinosa questione dei militari italiani  arrestati dalle autorità indiane per aver ucciso due pescatori loro connazionali, dall’altra la gestione dei rapporti diplomatici impegnativi con il Regno Unito dopo la tragica scomparsa  dei due ingegneri (Mac Manus, inglese, e Lamolinara , piemontese di Gattinara). Proprio in virtù di questi avvenimenti si sono levate critiche da più parti nell’ex centro-destra sull’operato dell’attuale inquilino della Farnesina, in particolar modo dal sempre elegante Bobo Maroni, ex ministro dell’interno e notorio clarinettista. Critiche sottili, degne di una disputa teorica medievale tra realisti e nominalisti, che possiamo riassumere all’incirca così: “Questo governo (dei tecnici) si fa prendere per il culo. Dimissioni subito!”. Iniziamo col dire che almeno per quanto riguarda la questione inglese il nostro Duns Scoto pare aver colto nel segno.

Che il governo britannico avvalli un’operazione di salvataggio così rischiosa (e infatti sono morti entrambi gli ostaggi) senza rendere partecipe la controparte italiana, pare onestamente inaccettabile. Le dichiarazioni in arrivo da Downing Street sanno molto di beffa ulteriore, con il primo Ministro di Eaton che prima si bulla di aver “autorizzato personalmente” il blitz delle forze speciali nigeriane e poi scrive di suo pugno una lettera di cordoglio ai famigliari della vittima italiana, naturalmente senza scusarsi. Tradotto: “Io sò io e voi non siete un cazzo”. Oppure “cornuti e mazziati”, a voi la scelta. In questo contesto risaltano tanto l’inadeguatezza del servizio di informazioni italiano (perché i nigeriani parlano con gli inglesi ma non con noi?) quanto la mancanza di polso del ministro e dei suoi collaboratori nel reagire ad una palese mancanza di rispetto nei confronti dell’Italia. Per carità, nessuno si aspetta di attraversare la manica con le armi in pugno, ma almeno una ferma e decisa richiesta di scuse da parte di Cameron, se non di spiegazioni, appare quanto mai opportuna.

"ostaggi in Nigeria"

Lamolinara e MacManus presi in ostaggio

I contorni sono un pò più sfumati se andiamo ad analizzare l’altra questione, quella dei marò attualmente custoditi in un carcere indiano, in attesa di sentenza. In questo caso la sensazione è che l’Italia sia stata anche un po’ sfigata. La ricostruzione ad oggi vede due militari in servizio anti-pirateria sulla Elena Lexie che hanno aperto il fuoco in acque internazionali contro due innocui pescatori, scambiati per bucanieri poiché incuranti degli avvertimenti a non avvicinarsi ulteriormente. La petroliera, su decisione dell’armatore italiano, è stata quindi indotta ad attraccare al porto di Kochi, in giurisdizione indiana, dove i due marò pugliesi sono stati arrestati da militari locali e incarcerati. Ora posto che la responsabilità di attraccare in porto rimane esclusivamente ad appannaggio dell’armatore, come ribadito dal Ministro in parlamento, c’è chi dice che costui abbia acconsentito perché tratto in inganno dalle autorità indiane. Parlavo di sfiga perché le elezioni indiane sono alle porte e il governo locale non aspettava che un pretesto per presentarsi forte e autoritario al proprio elettorato  (in questo caso si è appellato all’ Admiralty offenses Act   del 1849, in cui si riconosce l’applicabilità delle leggi indiane). Resta l’incompetenza, e qui sono d’accordo con l’ex ministro Parisi, quando Terzi denuncia ufficialmente la tesi del “raggiro” da parte degli indiani senza che da questo ne “scaturiscano atti conseguenti”.

"salviamo i nostri marò"

Ecco la locandina affissa per tutta Italia

Ad ogni modo è difficile non riconoscere la casualità di due incidenti diplomatici, slegati tra loro, a distanza di così breve tempo. Seppur di poca efficacia fino ad oggi, non si può negare la tempestività delle azioni del ministro, il quale in pochi giorni ha intrapreso un viaggio in India per testimoniare la vicinanza del governo ai nostri soldati, e ha riferito due volte in parlamento sull’accaduto. Fatto, quest’ultimo, da tenere in grande considerazione, specie se raffrontato con le scelte di chi sedeva prima alla Farnesina.

Gli oppositori al governo dei tecnici hanno preso le incertezze e i balbettii diplomatici della Farnesina come il pretesto ideale per ribadire   la necessità al ministero di un politico di professione, in grado con la propria esperienza di gestire meglio crisi di questo tipo. Una chiave di lettura, questa, che vorrebbe circoscrivere il “tecnico” all’ordinaria amministrazione (la nomina degli ambasciatori e delle posizioni consolari), lasciando  al “politico” l’onere di garantire l’autorevolezza necessaria a ridare lustro alla presenza italiana sulla scena internazionale.

Non posso fare a meno di notare come ci siano diverse falle in un ragionamento di questo tipo, che a differenza di un sillogismo aristotelico si fonda su premesse false. La prima risiede proprio nell’accezione di “tecnico” se rapportata al curriculum dell’attuale ministro. Giulio Terzi di Sant’Agata, di chiare nobili origini, ha infatti alle spalle un’onorata carriera alle dipendenze del Ministero degli Affari Esteri, per conto del quale ha ricoperto numerosi e prestigiosi incarichi politici in giro per il mondo (dagli esordi come come Primo Segretario per gli affari politici all’ambasciata di Parigi, al periodo da Console a Vancouver, fino alla posizione di ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti d’America). Qui di tecnico c’è proprio poco.

La seconda, abbastanza scontata, è che le figure politiche che si sono succedute al Mae abbiano effettivamente contribuito in alcun modo ad accrescere il buon nome italiano sulla scena internazionale. D’Alema è stato uno dei pochi ministri degli esteri che non parla inglese. Di Frattini, maestro di sci, ci ricorderemo del comunicato stampa ufficiale  in cui ci informava sul suo stato amoroso e di poco altro. In fondo, a baciare la mano di Gheddafi c’era Berlusconi. Mi sembra evidente che le reazioni diplomatiche odierne manchino di efficacia, ma troppo spesso ci dimentichiamo delle macerie, in termini di reputazione internazionale, che gravavano sulla testa di Terzi al momento del suo giuramento, grazie proprio all’azione dei politici di professione. E la partita, sul fronte indiano per lo meno, tutto è meno che conclusa.

A Milano si dice “pasticcere fa il tuo mestiere”.

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