Abbecedario della forma – B come Basalto.

Lettera per lettera.

L’abbecedario è il primo libro che ho avuto. Forse per questo quando Pinocchio esce di casa con la mela ed il favoloso volume sotto il braccio mi sono sentito un ragazzino normale. L’ho letto e l’ho riletto per il corso dei primi anni di elementari, l’ho pasticciato come tutti i bambini, e poi l’ho dimenticato. Non sono neanche sicuro si usi ancora. A distanza di anni, quasi certo che altri metodi didattici si siano distinti e l’abbiano sopraffatto, ho ritrovato questo dispositivo organizzato e didascalico sui banchi delle librerie, nella mia piccola biblioteca, attraverso le case editrici più diverse. Ora è cresciuto. Ha tratti fisiognomici decisamente adulti, ruvidi, non levigati ma spaccati, scheggiati, angolari. La faccia legnosa e spigolante di un giovane Czesław Miłosz lo accompagna, il suo abbecedario. E così questa lista non gerarchica di elementi è una scelta arbitraria; non un vocabolario ma una cintura, un rosario da sgranellare. Ed è quello che farò io. Morsicando la mela che da anni ho dimenticato insieme alla cartella, stenderò il mio abbecedario. Ma non libero. Un abbecedario dei materiali dell’arte. Un abbecedario della forma, di quella componente che è una radice, è una parte, un tutt’uno distinto all’occhio ma indistinguibile alla vita. Questo è il mio abbecedario.

Basalto. Il basalto è una roccia effusiva di origine vulcanica, di colore scuro o nero. Proviene da un magma solidificatosi velocemente a contatto dell’aria o dell’acqua ed è la principale roccia costituente la parte superiore della crosta oceanica. Il Basalto arriva quindi dall’interno del pianeta, anche se la sua forma, il blocco enorme nella sua solidità si allontana da quei luoghi magmatici e fluidi. L’evidente richiamo alla fermezza, alla dimensione orizzontale delle fondamenta, è impressa nella sequenza delle sue lettere: Base – Alto. La consequenzialità di una consonante liquida come la “L” e della occlusiva tenue “T” grippano tutta la sciogliente scorrevolezza della prima metà della parola in una sorta di punto di frenata, come in bilico sul baratro. Sino alla “L” tutto scorre. Poi frena, come treno in corsa a cui è stato premuto l’arresto immediato. Tutto stride prima di finire nel mare oceanico della “O”, che annega e affonda il suono. E così la parola B-A-S-A-L-T-O anche nell’alternanza perfetta del binomio consonante-vocale prima vola nell’empireo del cielo, poi sprofonda nell’acqua, e quindi rimane a mezz’aria come in una eco infinita. E se il suono fluttua è proprio il peso di quei due sintagmi (base e altezza), che sono anche le misure delle cose attorno all’uomo, che ne determina questa fluttuazione ondulare. Il basalto è una pietra eruttata, venuta fuori da quel sottosuolo; eppure in questa fuoriuscita, eiaculazione incandescente, si depura di tutte le sue scorie profonde, di ogni richiamo a quel liquame millenario. Il basalto è pietra. E’ dura all’occhio e alla mano. Ed in questo non ha legami con il suo essere prima umore planetario. Quando si passa la mano la sua derma è ruvida. Cosparsa da vesciche piuttosto percepibili, e dall’aspetto schiumoso come un torrione di crema da barba purellata. Le unghie possono polverizzare alcune milligrammi attorno agli angoli spaccati. Una polvere bianca e grigia, lattiginosa e stellare si conficca sotto all’artiglio. Per asportarli vanno inzuppati e lavati con uno spazzolino. È questa pervicace solidità che nell’arte visuale ha avuto un impatto, prima ancora della sua ruvidezza e della sua sporcizia di massa eruttata, di solidificazione impropria e semi-casuale. Le tre sculture basaltiche cui nel tardo Ottocento Caspar David Friedrich guarderà con l’amore languido e voluttuoso del passionale sono gli scogli dei Ciclopi.

I tre Ciclopi di basalto.

I tre Ciclopi di basalto.

Tre coni rovesciati maggiori – un quarto spunta dal mare con più discrezione – che emergono dalle acque in fronte alla Sicilia. Sono basalti eruttati, nel centro del mare. Il sole li bacia, l’acqua li infrange. Quella è già forza. Una energia romantica che non sfugge ai tedeschi e francesi, come Jean Houel che ne scriverà a lungo, descrivendone la forma nei dettagli e nella loro geometrica  inafferrabilità. Nella tarda metà dell’Ottocento non sono infrequenti gli intellettuali presi dai Grand Tour europei che transitano per la Sicilia di Aci Trezza e dei Ciclopi. Curiosi ed entusiastici della natura, angosciastici precursori di paure proto-distruzioniste, vedono in queste sculture naturali qualcosa di ancestrale e di considerevole al punto di colmare il significante di significato. Ma il Basalto nella stratificazione culturale dell’uomo è innanzitutto la pietra delle grandi sculture dell’antichità e classiche. È di basalto nero il primo documento storico da glottologo, la Stele di Rosetta. Se il su ritrovamento e tutte le considerazioni e gli studi successivi l’hanno astratta da una sfera prettamente estetica, è indubbio che la parola incisa, il gesto d’incidere la pietra, di lasciare traccia su quella superficie in-scalfibile, è irrotta nell’immaginario in modo del tutto prorompente. Si era sempre impressa la cera delle tavolette, il legno, tutt’al più si era scritto nella terra cotta. Mai prima nella pietra. E se nelle limitrofe zone geografiche della Rosetta il basalto nero era stato utilizzato per le raffigurazioni scultoree dei Faraoni, come Ramesse II e Sethi II, o delle divinità, come Seckhmet e Ptah, quella parola aperta nella profondità epidermica del minerale ancora oggi è uno sbreco che pulsa nella mente dell’uomo. Il Museo Archeologico di Napoli custodisce in ottimo stato un Apollo in basalto nero lucido. All’occhio distratto sembra marmo nero del Belgio. La mano che floscia pendula sopra la testa di boccoli, appoggiata mediante l’avambraccio, è lucidissima e passata col bulino, escavata in tutte le nocche ed i polpastrelli. Il torso riflette la luce cruda dei neon del museo ed il ventre floscio attorno all’ombelico e tonico negli addominali alti e per i fianchi appare dapprima poroso e poi, nelle riflessioni luminescenti, sembra uno scudo integro di luce nera. Dopo la mitizzazione e alcuni esempi apotropismo legati a questa dimensione mitica di pietra liquida, eruttata, eiaculata, fuoriuscita, tipici di certe derive romantiche dell’Ottocento, il basalto è stato essenzialmente utilizzato come elemento della natura, grezzo e vivo, solido e pesantissimo. Proprio quest’ultima peculiarità, la pesantezza inamovibile, l’essere stanziale, un elemento reticente al movimento e per questo certo, esistente, tangibile, concreto, l’ha portato al centro di uno dei più celebri lavori di Joseph Beuys, Nel 1982 l’uomo (non lo chiamerò artista, non lo chiamerò performer, non lo chiamerò pensatore; potrei chiamarlo agente), portò 7.000 pietre di basalto di fronte al Museo Federiciano di Kassel nell’ambito della settima edizione di Documenta. Ognuna di quelle pietre, una volta venduta, darebbe divenuta una quercia piantata. Le vendette tutte in pochi giorni. E proprio quest’operazione, superate tutte le sue implicazioni sociali a riguardo della forza inaudita del mercantilismo artistico, cui Beuys era certamente meno interessato, sembra ristabilire la dicotomia tra leggerezza e naturalità, e peso e concretezza, che nel minerale coesistono senza stridere mai. E queste vene esplose e pulsanti, la naturalezza, la ruvidezza, la stanzialità del fossile, che rimane nello spazio e nel tempo, portano il basalto ad essere uno dei materiali più impiegati in Land Art.

Joseph Beuys. Il basalto e la quercia.

Joseph Beuys. Il basalto e la quercia.

Dagli anni ’50 lo spazio diviene il centro della riflessione di molti artisti, prima scultori e poi semplicemente artisti. Il desiderio di sfondare lo spazio, corroborato dagli insegnamenti futuristi di abbattimento dei limiti e di un certo di rottamazione della scultura tradizionale, ben si legarono l’uno con l’altro. E così con la germinale Arte Povera, che non era solo un movimento organizzato e organico, ma innanzitutto una attitudine del sentire, del percepire natura, materia, spazio e azione, la Land Art poté strutturarsi. Dai (circa) 1.000 sacchi di carbone di Duchamp del 1938 – opera che faceva il verso al destino di mancata libertà, di “volere e non potere” dello scultore – alle pietre concentriche di Richard Serra, alla Spiral Jetty di Robert Smithson, il basalto è la pietra naturale e grezza dei poveristi, degli artisti che lavorano con e nella natura. Nonostante la sua grossolana sovra-dimensionalità, Giovanni Anselmo incastrerà tra due blocchi una lattuga. Etienne Chambaud appenderà blocchi di centocinquanta chili a impercettibili fili d’acciaio, sospendendo questi satelliti lavici a un metro da terra. Il basalto è la pietra concettuale con cui Gianni Caravaggio definisce uno spazio e tesse l’aurora, in due lavori cosmogonici, toccanti. Due basalti neri si guardano, sembrano plastici, modellati da mani di un demiurgo, di un gigante che ha potuto avere la forza di inciderle come latte con un cucchiaio di legno. Un filo percorre le estremità della stanza e sembra disegnare un poligono, uno spazio per l’azione. E nulla accade, giacché tutto è già accaduto. Eppure il tempo dell’attesa, in cui il nostro sguardo colma e percorre i lati della stanza e analizza quei solchi plastici, è di per se stesso un accadimento appercepito, che ha una coordinata spaziale e un tempo rispetto a quelle pietre iscritte nel poligono. Il basalto è anche la materia di un certo filone di arte concettuale. Quello che lo taglia con il laser o con l’acqua e che ne richiede una forma precisa, o che ne sfrutta l’irregolarità naturale per richiamare proprio i suoi prodromi poveristi e romantici, come elemento straniante, estetizzante, contestualizzante.

il disegno della Spiral Jetty di Robert Smithson

il disegno della Spiral Jetty di Robert Smithson

La Spiral jetty di Robert Smithson.

La Spiral jetty di Robert Smithson.

Il basalto sta. È nell’intestino di quel suolo che calpestiamo. Da lì fuoriesce come liquido seminale. Solidifica. Si spacca come pietra. I nostri antichi lo scolpiscono, lucido e nero. Lo scrivono senza tregua, tracciano. Lo Sturm und Drang ed il naturalismo francese lo prendono per la sua forza d’eruzione, per la sua impellenza incontenibile, per il suo stagliarsi. Poi torna nella dimensione della sua solidità, della sua grossezza nelle installazioni d’arte ambientale e nell’Arte Povera di Celant, dove assorbe una vena concettuale, dalla lattuga a Gianni Caravaggio il passo è breve. Talmente breve che nelle due sale della Galleria Sies + Höke di Düsseldorf lo puoi osservare appeso per cavi d’acciaio e disteso osservare se stesso, iscritto in un poligono di lana arancione.

Etienne Chambaud. Basalto sospeso. Concetto sospeso.

Etienne Chambaud. Basalto sospeso. Concetto sospeso.

Giovanni Anselmo. Basalto e lattuga.

Giovanni Anselmo. Basalto e lattuga.

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