McCalebovsky e la Macedonia – Libere riflessioni sulla pallacanestro italiana

"Il Macedone"
Il primo macedone di rilievo..

Il personaggio più illustre della storia della Macedonia è chiaramente Alessandro Magno, nato a Pella nel 356 A.C., famoso tra le altre cose per i suoi riccioli biondi.  Più di 2000 anni dopo i personaggi di rilievo internazionale di questo staterello a nord della Grecia sono sostanzialmente due. Il primo è celebre per avere una foglia di capelli posata sulla fronte, è mancino e di mestiere fa il calciatore nei pressi del Vesuvio. Il secondo nella vita gioca a pallacanestro in Toscana, a Siena, è nato a New Orleans nel 1985, e il suo passaporto recita Lester “Bo” McCalebovsky.

"McCalebovsky"
Il macedone attualmente più importante a livello internazionale

Sembra uno scherzo, ma questo ragazzo di colore ha difeso e trascinato i colori della Macedonia  al quarto posto degli ultimi campionati europei di basket, perdendo la medaglia di bronzo per un soffio. La storia anagrafica del piccolo grande Bo McCalebb, d’altro canto, non rappresenta un caso isolato se parliamo di pallacanestro europea, anzi. Per chi segue questo giochino purtroppo non fa più notizia un giocatore americano di nascita con passaporto comunitario, tanto quando questo viene acquisito legalmente tanto quanto lo status di comunitario viene garantito per vie ben più discutibili, come il caso Omar Thomas è li a dimostrare. I motivi per cui nei principali campionati europei, e in Italia in particolare, si sta assistendo ad un vero e proprio mercato dei passaporti sono molteplici, ma possono essere spiegati a partire da un regolamento sul tesseramento  degli atleti professionisti che suscita sempre più perplessità.

Oggi le squadre di serie A si trovano davanti sostanzialmente due opzioni per ingaggiare giocatori stranieri. I direttori sportivi infatti possono scegliere se optare per la formula del 3+2, ossia 3 americani (o extracomunitari) e 2 comunitari, oppure per il 4+2, che permette di mettere sotto contratto 4 giocatori comunitari più 2 americani (o extracomunitari).

Ora, per i profani cui questi numeri non dicono nulla di comprensibile, si rende necessaria una premessa di base. Il mercato dell’ “americano” in Europa, infatti, non conosce crisi e al GM di una piccola squadra di serie A, con budget contenuto, viene permesso di pescare a poco tra: i giocatori che non vengono scelti dall’NBA dopo l’università, quelli che si sono costruiti una solida reputazione europea nel corso degli anni e quelli che vengono via via tagliati dalle franchigie NBA in corso d’opera. Se a ciò si aggiunge che per una certa devianza culturale molti americani richiedono stipendi in dollari (dunque smenandoci al cambio con l’Euro)…. In sostanza sono tanti, sono bravi e costano meno dei giocatori comunitari. Il fatto che i posti disponibili siano limitati va quindi a falsare i rapporti di forza con il mercato dei giocatori europei, che al contrario risulta estremamente più limitato, tanto i termini di talento quanto in termini prettamente numerici: il passaporto comunitario è merce rara, e un giocatore di medio livello può così strappare un salario molto superiore al proprio valore effettivo.

In un campionato come quello nostrano, dove esiste un gap abissale in termini di budget tra tre formazioni e tutte le altre (per darvi un’idea, la scorsa domenica si sono incontrate Milano, 24 milioni da spendere, e Casale Monferrato, solo 3 totali) capiamo bene come questo possa creare degli squilibri dagli effetti distruttivi per le piccole squadre, costrette a svenarsi per dei giocatori comunitari di medio livello rischiando di retrocedere quando potrebbero con gli stessi soldi garantirsi una salvezza tranquilla pescando più americani con competenza. Un sistema corrotto in partenza, che in alcuni casi può spingere diverse società a diventare complici in situazioni poco limpide, come pagare giocatori al minimo salariale più ricco conguaglio in nero, oppure diventare complici nella compravendita di passaporti.

"Milano al forum"
EA7 Milano vs Novi+ Casale Monferrato

Da qui la proposta di alcuni club di fascia bassa di regolare la questione con una vera e propria “flat rate” di 6 stranieri, senza riguardo per il loro status anagrafico. Sei americani, sei comunitari, metà e metà, non importa, purchè ciò aumenti la competitività del movimento a favore di una maggiore sostenibilità economica. Inutile dire che l’offerta sia stata rimandata al mittente, tanto dai club maggiori quanto dal parere contrario della Federazione.

Un atteggiamento comprensibile in fondo. Per fare nomi a caso, perché mai un Minucci, potentissimo mega-direttore della Mens Sana Siena campione d’Italia da 5 anni consecutivi, dovrebbe rischiare che un dirigente più competente di lui (Bruno Arrigoni? Sempre a caso, ovvio) peschi 6 americani di livello e gli sfili lo scudetto in gara 5 al Pianella?

"Fernando Minucci"
Fernando Minucci, uomo potentissimo della MPS Siena

La FIP, dal canto suo, non può dirsi favorevole a una proposta di questo tipo dovendo giustificare all’opinione pubblica la propria utilità difendendo l’onore dei talenti nostrani, in tempi in cui la nazionale accusa un ritardo preoccupante nonostante i due ragazzi in NBA (scusa Beli, so che ci sei anche tu, ma non mi sento di includerti). Sin da quando siede Dinone Meneghin, ma forse anche da prima, la priorità della Federazione è sempre stata quella di garantire il posto al maggior numero di italiani possibili, come se questo bastasse ad ottenere un ricambio generazionale accettabile. Proprio in questo senso va intesa la recente norma che da quest’anno inquadra i “passaportati”  (gli oriundi) come stranieri a tutti gli effetti. Nonostante ciò, oltre a rischiare una class action da parte di quest’ultimi nei confronti della FIP, le società si trovano costrette a tesserare giovani promesse, strapagandole, senza permettersi di poter far loro annusare il parquet.  La nazionale, così, perde lo stesso e il campionato perde ascolti, soldi e possibilità. Ma in fondo come aspettarsi lungimiranza da parte di chi ha introdotto la follia della wild card.

A ben vedere il problema nel basket, ma può essere esteso anche al pallone, è che gli organi federali attuano politiche spesso popolari, come le pratiche “protezionistiche” nei confronti dei tesserati italiani, ma completamente inadeguate a curare l’origine del problema. La mia opinione è che i giocatori italiani non facciano cagare rispetto alle loro controparti europee perché in Italia militano troppi stranieri, bensì perché essi sono espressione di un sistema non sostenibile e poco competitivo.

E allora perché non contribuire alla competitività del prodotto producendo normative in grado di ridurre le vere anomalie del sistema? Forse occorrono dirigenti di professione, che non necessariamente coincidono ogni volta con degli ex giocatori.

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