Scrittori della domenica – In gloria di alcuno

Gli scrittori della domenica

È l’odore di ACE.

Le bolle schiumano affogando l’acqua nell’eccesso incontrollato del tensioattivo. E la sabbia, le incrostazioni violacee, la polvere, impregnano la spuma sintetica del detergente, ammassandosi in grumi che fioccano nel secchiello. Così, dalle fessure della pietra, dai pertugi tra i vasi, nel terriccio delle piante o nella plastica delle fioriere grette e finte, si concentrano le dosi e gli effluvi di quel sapone industriale.

La vena ovattata dell’ambiente maleodora nei nasi di chi accorre; e non è un fatto di respirazione: chi veicola quel greve olezzo asettico dalla bocca pare ingoiare fette ispessite di alcool denaturato. La maniglia di ottone lucido, il vetro di alcuni vasi, il découpage di altri, rilasciano il peso dello spirito nell’aria. Le espressioni facciali si ossidano e i polmoni faticano a sopportare quel fardello viziato. Le signore spalmano il burro cacao ai bambini, il lucidalabbra sui loro visi gonfi di botox e fard, e l’aria si colora e assorbe ulteriori aromi industriali senza riuscire a pulirsi, per via delle porte sbarrate al vento e alla pioggia che di questi mesi vengono offerti. È così che si vuole. Il lindore del marmo e degli ornamenti, fiammelle di vetro soffiato, argenti ora sberluccicanti, fotografie che lamentano le insostenibili quantità di timbro clone rosso e arancio dei vestiti e dei cosmetici, di bianco totale sui denti, languide strisce ceree che rifrangono ogni raggio. Nei giorni appena precedenti è una piccola processione, nel parcheggio, per le porte di ferro, battute ora in lungo ed in largo da accattoni senz’occhi, con tre gambe, più nasi, calvi, sdentati e con due braccia. C’è chi allunga una ciotola, mimesi evidente del legno, del falegname Giuseppe, chi un bicchiere sformato di qualche fast-food, significante della fame, dell’abbruttimento alimentare che coinvolge tutti. Altri, le mani giunte, come a dire: chi non possiede nulla porge i palmi; rivendicazione di un gesto forte. E poi cappelli, custodie musicali, profane, sgualcite in interni di porpora, rattoppate con quello che viene in mano nelle discariche dei paesini, stracci, le calze per l’inverno, sacchetti di plastica.

Un vecchio espone le sue fortune. Una lattina ultrafrizzante tagliata a metà trabocca di monete e banconote di taglio infimo. È forse un sistema meritorio, l’accattonaggio? Che quell’uomo sia intento a dimostrare di valere un’oncia in più dei rivali? Lo pensano in molti, che arrapati all’idea di un negozio di intimo stracolmo – come se ci fosse un motivo nel rimpinzare un negozio di mutande- insistono, premiando quell’essere così brutto che incanta, senza ritegno per l’idea della questua in sé, con il proprio scrigno di talenti.

E giunge, passo scattante, la fiumana delle cravatte e dei pantaloni a coste autunnali, color cachi, arancio bruciato, zafferano e marrone castagna. Le giacche di tweed e cappotti di lana grossa; ancora non il piumino – non oggi. E i piccoli cappottini di montone, tramati di ogni vezzo, le sciarpe di capra rara acquistate con stipendi di operaio, le calzate che tremolano in bilico tra l’impatto estetico e l’inefficacia verso le pozze che il greto e l’asfalto vecchi dedicano lungo il cammino. E le targhe di auto di mastodontici centri urbani, che hanno percorso chilometri e chilometri a velocità illegali, per colmare la distanza fisica, se non quella ideologica, tra la metropoli e la provincia. Quella che risiede nella brutale banalità di un clacson che esplode fastidioso per un semaforo rispettato. Il parcheggio, in tutto simile all’outlet domenicale, con le file ordinate nel disordine di pozzanghere di fango e posteggi improvvisati sulle aiuole e tra le siepi, puzza di polveri di scarico e di benzina. Quello che resiste di umano è il camminare. Deambulano tutti. Senza possibilità di accedere a mezzi di soccorso o di scarto sociale. E l’odore di muschio che sale dai piccoli fossi, dalle canaline di scolo, dalle placche vegetali sulla pietra, è solo un contorno naturale insufficiente che sbatte anonimo e silenzioso sui vetri e sui detersivi, abraso dalla superficie raschiante di spugnette sempreverdi e metalliche. Quella città dei morti, compostiera di cadaveri che si anima di conformismo a calendario, di fiammelle comprate sui banchi di un mercato impazzito, non esala come dovrebbe ma ristagna. Come se il proverbiale respiro dei trapassati non bastasse più e s’interrompesse senza possibilità alcuna di ripartire. Normalmente quel luogo è mosso, come un polmone, un raviolo che fuma, un involtino che rilascia vapore; ecco che ora è immobile, asfalto su asfalto, su plastica e fiori. E non v’è nulla da fare per trattenere quello che di umano abbiamo, di banale, giornaliero: le gelosie dell’ufficio, gli amori impossibili o consumati e adulteri, le sfide mai rimandate e gli onori lacerati, le invidie su scala sociale, cittadina, la diffidenza per qualcuno d’irriconoscibile. Una tomba di famiglia non ha le porte aperte. La serratura è vincolata da un lucchetto arrugginito lungo la toppa e il cognome reso illeggibile da un’edera che si spinge garibaldina sull’ultima vocale. Sarà una A? Una I? Il significato, come sempre, è per i vivi. Non per chi abita senza più abitare.

Fica. Ride a tutta bocca quell’adolescente che subito fotografa con un telefonino quel falso nominale, a tal punto entusiasmante da doverlo condividere con qualche compagno intento, alcune strade più in là, a sbirciare gli effetti personali – una pipa, un campanellino di metallo sottile – di qualche defunto molto pregato. I cellulari così fischiano e suonano, disturbano le suppliche. Mettono a repentaglio i fuochi sinceri di un gruppo di lapidi nella terra. Un tozzo mausoleo porta in centro, appena sopra ad una grata di ferro battuto per il deflusso di acqua e gas, un mazzo di fiori di plastica, sgargianti, inutilmente mascherati da alcune foto di famiglia; una caduta, l’altra resa illeggibile dall’umidità. In quell’antro di preghiere mancate serpeggia ora la parola malevola; subito un piccolo crocchio di amici in pellegrinaggio da parenti, riporta il pettegolezzo. La famiglia A non prega i propri morti. Che sia che B della famiglia A finalmente voglia ammettere la sua relazione con C? Oppure che D della famiglia A abbia ripudiato la pietà per i suoi defunti per via di quell’inghippo nel testamento? La famiglia A si sta sfasciando come una mummia mal custodita? Intenti a spolpare le ossa vive di conti in banca precari? E poi la famiglia B, parenti alla lontana di A, possono aver messo quei fiori così inadatti per il gusto del dispetto? Cosa è peggio: loro o la famiglia C che non pulisce dagli escrementi di piccione il gradino d’accesso al casellario del proprio focolare? E i D? Che fine hanno fatto se non quella di scegliere pessimi fiori, dettagli ornamentali di cattivo gusto, vetri imperdonabili e colorati? Il silenzio dei vialetti, come trappola per topi, esercita una pressione anonima e indefessa su ognuno; sbeccata lungo i bordi di casellari periferici, o nelle strade laterali al Milite Ignoto, da commenti rudi sulla scelta obbligata di pietre poco canoniche, condivisione di spazi angusti con compagni di vita detestati. Spicca nelle parole di una giovane donna, come l’aldilà possa essere un momento di vita altra, parallela, indissolubilmente costretta alla nostra disposizione terrena. Come sopportare l’idea per lo zio F di condividere la spoglia giacenza mortuaria con la donna che lo ha tradito impunemente dall’altare alla tomba? Alle spalle dello scaffale pubblico degli innaffiatoi e delle scodelle, poche persone, stinte e brune come ratti di campagna pregano guardinghi, incurvati e canuti. E subito scompaiono in diverse direzioni, chi infangato nell’acquitrino del cimitero dei bambini, chi altro lungo la via maestra per l’uscita.

Chi prega i nostri morti?

Nessuno, probabilmente erano curiosi di vedere nonna T. Non li conosco, mamma. Chi potevano essere? Su, dai, non pensarci. Forse si erano sbagliati. Siamo in molti a chiamarci S. Ecco perché ho scelto il marmo bianco, e le ghiere in ottone opaco e la Madonna in bronzo. Nessun S in città ha una tomba di famiglia così. Nessuno. Forse pregavano qui per i loro S. Forse i loro S sono sepolti nel casellario 7, oltre le tombe dei militari e dei partigiani. Forse persino non hanno potuto scegliere loro il colore del marmo. E allora che preghino da casa. E poi solo D.S. è sia Cavaliere che Dottore. E A.S. anche laureata due volte.

E i loro morti cosa saranno poi davvero?

La piccola porta, unico dettaglio contenuto di quel sepolcro da geometra di cittadina provinciale, opera rimuginata e attagliata all’idea di grande architettura, come un museo, la sede di qualche società multinazionale, con vetri avveniristici e pietre autoreferenziali, cigola; e subito un sopracciglio si alza, invocando olio e Saratoga industriale per lenire quel sintomo così poco borghese, lontano dall’icona pia degli S. Una luce, fioca come candela, cruda come neon, fa rilucere l’intarsiato ed esiguo altare, ombreggiato dal pizzo della tovaglia e dai merli del candelabro spento. I fiori, freschissimi, consumano gocce d’acqua spruzzate dal nebulizzatore scomparso subitaneo in una fessura meditata, come sgabuzzino invisibile, dietro al fratellastro morto misteriosamente. L’incenso, attizzato con diligenza dal figlio, arriva alla sommità: un lucernaio della forma della luna e del sole, che trasporta timido qualche raggio di luce nella penombra, come la Gloria di Dio sulla terra, su quella lingua, in quella noce di morti e di vivi che è la preghiera della giornata di Ognissanti. Ma quando in questa bolla di effluvi tensioattivi, incensi stucchevoli, pastoni latini e parole, fiori e petali, cravatte, stivaletti, ombrelli e banconote, vengono aperti gli occhi, in un climax supplichevole, gli ossari scompaiono e le istantanee, i sorrisi ricercati e il magenta del timbro clone evaporano.

Via le fotografie dalle tombe.

Come se qualcuno, la notte appena precedente, avesse passato ore a strapparle dagli ovali delle lapidi. Non bianche e nere e accorate; eclissate. Tutti sono chiamati allo scoperto, si alzano dagli inginocchiatoi pubblici, e strozzano in gola la preghiera. Si deve pensare a chiudere le porte del proprio inumato, a proteggerlo dal segreto unto. Ma la notizia folle è già olio su quel cimitero. Non si sono fatti rintracciare, i morti quel giorno offesi da quei fiori e cenni meccanici, quelle pulizie dovute, quell’odore secco e invadente di sapone e di Glassex.

Oggi ci siamo noi, ma non loro (anche se, in un certo senso, è sempre vero questo come il suo contrario).

Si pensa ad uno scherzo; ma è cosa impossibile, togliere alla vista migliaia di morti in una notte sola. Si saranno forse adunati, in un’apella improvvisata, in qualche deserto della mente, condizione affranta comune, per deliberare quell’assenza. Nonna T. non osserva il suo interlocutore così come il suo interlocutore pregante non osserva lei. Cosa brancola nell’intercapedine del pensiero di suo nipote ora? I capelli lisciati e bianchi dei giorni di festa. La poco compassionevole aria della vecchia nelle giornate trascorse a monitorare i bambini al parco. Il ciuffo, vezzo del compagno, a tal punto redarguito dal senso etico di lei. La gonna implacabile al ginocchio. Il senso pratico, quasi venale, per il denaro e la sua funzione protettiva. La luce del giorno è morta, senza riuscire più a superare i muraglioni di cemento delle cappelle esterne, sulla via dei fossi verso l’estinguersi del quartiere industriale. Le fotografie ancora non si vedono. Ma sono tornati tutti a pregare, senza chiedersi, nemmeno per qualche emblematico eppur imprevedibile motivo, se le loro preghiere urtino e trovino ancora pronti i propri morti, le soglie, le bare e i corpi decomposti oltre quei sigilli di marmo.

È proprio vero allora: non hanno voluto farsi trovare. E chissà quali altri cimiteri hanno perso i loro morti.

Ora S prega B e D prega F, e Q fa lo stesso con M, e forse contemporaneamente anche con G e H e J e U e K e S e Z e ZZ e ZZZ e ZZZZ e ZZZZZ. E S prega ancora, arrivando a pregare per la condizione dei morti senza più comprendere chi sia morto. E forse nessuno pregherà ancora in quel dato giorno, a quella data ora, di quel dato momento, che il telefonino sgraziato segnala con un campanello rosso e un punto sul calendario.

Il racconto In gloria di alcuno è di Nuto Barnes.

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