Grecia – Fenomenologia di un fallimento nazionale

"Voi avete procurato il malanno, noi abbiamo trovato la soluzione: Rivoluzione!"

Di Marco Pagani

Timeo Danos et dona ferentes”, così esortava Laoconte i suoi concittadini troiani a non far entrare i greci ed i loro doni, ossia il cavallo di legno ideato da Ulisse tessitore di inganni, all’interno delle mura della propria città. Al momento attuale, dopo 5 anni dallo scoppio della più pericolosa crisi economica dal 1929, pare che i dirigenti del sistema di governance europeo e mondiale abbiano fatto proprie le parole di Virgilio, e siano pronti a ballare l’ultimo tango sulle spoglie della più importante eredità politica e culturale della Grecia classica: la democrazia.

L’attuale crisi economica sta facendo emergere con prepotenza e sta mettendo sotto gli occhi di tutti alcune discrasie del nostro sistema; la componente politico/ideologica della così detta globalizzazione, che fino a tempi recenti è stata descritta con il linguaggio naturalistico della necessità, emerge con chiarezza dalle misure socio economiche adottate negli ultimi anni.

La crisi della Grecia, un argomento di difficile trattazione, offre molti spunti per l’analisi di queste problematiche grazie alla gravità delle conseguenze che ha sulla popolazione e alla mancanza di risposte coerenti con le sfide che si pongono all’Europa, all’Occidente, e più in generale a tutto il globo.

Forse l’avvenimento più importante per quel che riguarda la crisi economica europea è stata la proposta di referendum promossa dall’allora Primo Ministro del popolo greco Papandreu. In un mondo a due velocità, che sono quelle del capitale che viaggia quasi alla velocità della luce attraverso le fibre ottiche, e quella del ritmo delle creature biologiche, che vengono influenzate cicli molto più lunghi, come quelli dei giorni che si susseguono o degli anni che passano, un conflitto tra questi sistemi era, prima o poi, inevitabile. La domanda, non banale, se il mercato sia consustanziale alla democrazia, ha ricevuto una risposta ben chiara: no. La cosa era già stata ampiamente dimostrata dall’ascesa della superpotenza industriale cinese, che per quanto riguarda la produzione di beni non eguali, ed in quanto ad assenza di diritti civili primeggia in tutte le classifiche.

Si cerca la via della diplomazia tra manifestanti e potere costituito.

Il mercato non può aspettare che le persone, i cittadini del villaggio globale, si esprimano su scelte strategiche come quelle che possono riguardare il sistema di sviluppo economico di un paese. Scelte di tale tipo richiedono infatti discussioni, confronti e processi decisionali che necessitano di tempi chiaramente più lunghi rispetto a quelli richiesti da una transazione bancaria o da una speculazione borsistica. Infatti, sotto scacco il popolo greco, il referendum è stato ritirato.

Per analizzare questo primo problema credo che la chiave stia non tanto nella dicotomia democrazia/mercato ma quanto nella costruzione tripartita del sistema di governance mondiale, composto da stati nazione –  mercato globalizzato – sovranità. Solo due di questi tre elementi possono, a mio avviso, sussistere contemporaneamente. Prima della prima guerra mondiale il sistema vigente era quello sancito già dalla pace di Westfalia: non si poteva certamente parlare di mercato globale, ma di stati nazione sovrani. Quel sistema è naufragato con le tragedie delle due guerre mondiali. Il sistema attualmente vigente, dopo i trattati di Bretton Woods, è stato caratterizzato da stati nazione e mercato globale, ed il centro decisionale e politico è passato dai parlamenti alle grandi alleanze industriali. Agli stati-nazione è restata la funzione di polizia, ovvero il momento che riguarda la coercizione dei comportamenti desiderati e la repressione dei comportamenti devianti rispetto a modelli normativi non legittimi e non elaborati da organismi rappresentativi.

Meccanismi come il race to the bottom compromettono fortemente la capacità dei cittadini di autodeterminare le proprie scelte: se il capitale, e con esso la possibilità di lavorare, può spostarsi liberamente mettendo gli stati in una posizione di competizione al ribasso sui diritti dei cittadini, e gli stati non si organizzano per contrastare il livellamento dei diritti dei propri abitanti, una crescente tensione sociale è inevitabile. La proletarizzazione della classe media alla quale assistiamo in Europa è il diretto risultato di questo tipo di concorrenza al ribasso con i paesi del terzo mondo: se le ragioni del profitto superano quelle della civiltà, probabilmente non avremo più bisogno di istituzioni antiquate come i diritti universali dell’uomo e del cittadino: c basteranno una carta di credito, per svolgere la nostra funzione fondamentale di consumatori in un economia di mercato, ed un posto di lavoro precario da 12-14 ore al giorno, per poter concorrere con i grandi stabilimenti cinesi.

La vera sfida è conciliare mercato globalizzato, inteso nella sua accezioni più ampia come l’insieme delle relazioni politiche, sociali e produttive a livello globale, con la sovranità, intesa come diritto originario delle persone a concorrere alla formazione della società in qualità di partecipanti/politici e non di spettatori/schiavi.

Per spiegare con più chiarezza i problemi legati alla scomparsa della sovranità in un sistema stato-nazione/mercato globale ed i meccanismi simili alla sopra citata race to the bottom si deve ragionare in termini di sovranità, territorio e tassazione. Che poi è uno dei puti critici dell’architettura europea e fonte di tanta tensione sociale. Lo stato, inteso in maniera generale, è un organizzazione politica che opera su in un certo territorio per normalizzare le relazioni sociali mediante regolamenti e leggi che vengono fatte rispettare tramite l’uso della forza; le risorse necessarie alla propria “riproduzione” (sussistenza nel tempo) e alla riproduzione delle sue componenti (cittadini e relazioni sociali da questi costruite) vengono in gran parte reperite mediante la tassazione delle relazioni sociali stesse, come ad esempio quelle commerciali, che si svolgono nel territorio sottoposto alla legge e alla coercizione. Queste risorse vengono poi ridistribuite per permettere alla compagine sociale di durare nel tempo.

Uno dei fattori critici, per quanto riguarda l’Europa, è il disallineamento di leggi, territorio e tassazione. Il territorio inteso come ambito delle relazioni sociali sottoposte a coercizione è quello dell’Unione Europea e del libero mercato; le leggi vivono in perenne sovrapposizione tra parziale convergenza dovuta all’implementazione di regolamenti e direttive europee e particolarismi locali; la tassazione è concentrata al solo livello degli stati-nazione. La mancanza di regole comuni circa molte delle relazioni sociali (penso al settore commerciale, ad esempio: l’apertura di una S.r.l. è molto più difficoltosa ed irta di insidie rispetto alla corrispondente apertura di una limited liability company di diritto inglese) permette, ove possibile, una corsa al ribasso sui diritti delle persone in nome del profitto; la mancanza di un sistema di tassazione comune e di redistribuzione della ricchezza fa esplodere il problema della convergenza di sistemi politico-economici differenti che utilizzano però una stessa moneta.

Si provi ad immaginare cosa sarebbe successo al meridione in Italia se la tassazione non fosse stata redistribuita dalle più ricche regioni del nord negli ultimi 50 anni. Sappiamo però cosa è successo alla Grecia: uno dei paesi con la minore crescita in Europa (salvo il decennio compreso tra 1998 e 2008) improvvisamente si ritrova a non potere più utilizzare la politica monetaria per indirizzare l’economia e i dazi doganali per proteggere le sue deboli industrie; la presenza di una moneta, l’Euro, molto più forte della Dracma,scoraggia le esportazioni e la competizione con paesi molto più sviluppati, come la Germania, mette in crisi il mercato interno e di conseguenza la possibilità di reperire risorse tramite la tassazione. Senza una redistribuzione della ricchezza non è possibile immaginare una Grecia che competa con la Germania, soprattutto se le condizioni di partenza tra stato e stato sono molto differenti, come negli anni 90 e, a maggior ragione, come oggi.

Cordiale apprezzamento al Cancelliere tedesco Angela Merkel.

La miopia e la connotazione ideologica del capitalismo contemporaneo vengono chiarificati dagli interventi europei per risollevare la situazione della Grecia. Il capitalismo finanziario sta facendo di tutto per nascondere i propri interessi alle masse ed evitare la risoluzione dei problemi. La mancanza di qualsiasi “piano B” da parte delle istituzioni europee e nazionali, il linguaggio adoperato per descrivere il debito sovrano, che esprime la crisi come se si trattasse di un evento naturale (mentre si tratta di un evento sociale) al quale si risponde con soluzioni altrettanto “naturali” o tecniche, l’impossibilità, quindi, di proporre alternative  agli esperti del settore, che spacciano le loro previsioni aleatorie sullo sviluppo della società come soluzioni logiche ed incontrovertibili e perciò insindacabili. La situazione attuale non può essere descritta come, ad esempio, una carestia. In una carestia mancano delle risorse, il cibo, e quelle disponibili vengono razionate. Non ci sono altre soluzioni. Al momento attuale le risorse non sono ancora il problema, ciò che è venuto a mancare è un disegno politico coerente che miri alla riproduzione e sussistenza/sopravvivenza della società in un momento in cui le relazioni sociali, e, tra queste, soprattutto quelle economiche, sono in crisi e le interazioni tra i vari agenti stentano a ripartire. Per quel che riguarda le risorse, anzi potremmo dire il contrario: case sfitte, macchinari fermi e masse di disoccupati riempiono le prime pagine di quasi tutti giornali del globo.

La Grecia, come già accennato ha sempre avuto una bassa crescita; ha truccato i bilanci (e ci si chiede se la Goldman Sachs non abbia prestato altre consulenze ad altri membri dell’eurogruppo), ha una corruzione endemica ed un alta evasione fiscale. D’altra parte paesi come la Spagna e l’Irlanda, che si erano totalmente adeguati ai diktat del mercato e della libera concorrenza, sono stati tra i primi paesi a subire le conseguenze della crisi. E non avevano bassa crescita, corruzione endemica ed alta evasione fiscale. Ma sono anch’essi sull’orlo del baratro.

E’ sempre bene ricordare che la crisi è scoppiata, come molte altre nell’ultimo ventennio, in seguito a comportamenti scorretti e poco lungimiranti del gotha della finanza internazionale; in seguito alla socializzazione delle perdite private e al conseguente pagamento dei profitti agli intermediari  finanziari, gli stati-nazione si sono trovati in crisi: altamente indebitati per salvare le proprie istituzioni bancarie, che, una volta inondate di liquidità al’1% hanno iniziato a speculare contro i debiti contratti per il loro salvataggio. Come allattare una serpe al proprio seno.

L’approvazione del primo memorandum da parte della Grecia nel 2010 hagià creato effetti paradossali e negativi per la propria economia nazionale e per la salute dell’eurozona. Contrazione del pil vicina al 4% annuo, 40% di aumento del tasso di suicidi, bambini che collassano in classe per mancana di cibo nelle mense pubbliche, chiusura di ospedali, assenza di ammortizzatori sociali per i nuovi disoccupati, chiusura di circa il 40% degli esercizi nelle città. E si chiede alla Grecia di fare di più, di sacrificarsi per pagare integralmente il debito o per pagarne almeno buona parte, per salvaguardare gli interessi degli investitori privati. Il taglio del debito oramai è una cosa certa, uno dei problemi sta nell’ampiezza di questo taglio. Qualsiasi piano serio di salvataggio dovrebbe prevedere almeno il 70% (come era accaduto in Argentina) e tanta rabbia per gli speculatori.

Il vivere civile moderno si basa su una serie di equilibri che permettano la riproduzione dei rapporti sociali. Una delle condizioni di esistenza della società è il consenso delle persone che la costituiscono, prima che la loro possibilità di fare profitto, che invece deve essere letto solo come profilo eventuale e non necessario della società. Nel momento in cui scoppiasse una guerra civile in Grecia, e non è detto che si sia troppo lontani dal punto di non ritorno, qualsiasi buona intenzione espressa nei parlamenti europei o in altra sede si rivelerebbe inutile; qualsiasi piano di riforma strutturale inattuabile; qualsiasi prospettiva di futuro irrealizzabile. E’ necessario che le persone, i cittadini, si sentano parte del proprio destino e della possibilità del vivere comune, e che raggiungano il necessario consenso sulle scelte che devono essere fatte, anche se al momento attuale, questa non sembra essere la scelta dell’Europa.

Gli interessi particolari, soprattutto di Francia e Germania, stanno spingendo l’Unione Europea verso la propria scomparsa. Dal 2009 la Germania,ad esempio, non ha mi espresso solidarietà verso la Grecia. Sarebbe bastata una dichiarazione della Merkel per scongiurare gravi speculazioni sul debito pubblico greco, assicurando l’intervento in presenza di fenomeni speculativi. Questo avrebbe permesso alla Grecia di rifinanziarsi a tassi più bassi del 15%, sostanzialmente insostenibili per qualsiasi stato. E, forse, di non sprofondare così in basso.

Un’altra dimostrazione degli interessi particolari, e si badi, non di nazioni, ma di gruppi industriali che fanno capo a nazioni (e che non rappresentano i popoli che abitano in questi stati) sono ad esempio le spese in campo militare che la Grecia ha dovuto sostenere per potere accedere agli aiuti dell’Unione Europea: le industrie belliche di Francia e Germania beneficiano degli acquisti sostenuti dalla Grecia per circa 3-4 miliardi di euro all’anno, somme non indifferenti se sostenute da un economia non proprio solida.

Questa vuole essere una “parte1” di un discorso più lungo e complesso che vorrei affrontare su questo blog, ma per il momento, come carne al fuoco, mi pare sufficiente.

Spero di non essere stato troppo confusionario e che il lettore non si sia troppo annoiato; qualora cercaste dati e provvedimenti vi consiglio di leggere gli interventi degli ultimi mesi di J. Stiglitz.

Qualora voleste vedere la follia negli occhi, vi consiglio di scaricare il piano di aggiustamento strutturale che potete trovare sul sito del FMI, sul quale arò più in là nel tempo, un post.

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