Nomination Oscar 2012: The Help, Tate Taylor (recensione)

Bello, quasi molto bello. Sullo sfondo di una apparentemente banale storia di cameriere di colore nel profondo sud americano degli anni cinquanta, c’è ben di più. Indipendentemente dalla netta e fissa divisione tra bianchi e neri, tra bene a male, tra buoni e cattivi, più che un film già visto sul razzismo post-schiavista, sembrerebbe un film più ampio sulla condizione femminile di quegli anni, con all’interno una critica generazionale alla rigidità della tradizione culturale.

Ci sono due tipi di dramma, in questa commedia: uno fattuale e storico, che è quello della condizione della classe sociale disagiata; l’altro psicologico e sociale, ed è quello delle donne “padrone”, ansiose di mantenere il loro status con il solito meccanismo di esclusione tipico della borghesia paesana, per cui indicare nell’altro il diverso e il malvagio consente di mantenersi normali, buoni e rispettati.

Emma Stone

Eugenia (Emma Stone), aspirante giornalista-scrittrice figlia di una della comare del paese, ma cresciuta dalla cameriera.

A Jackson, Mississipi, ci sono questi due tipi di donne. Il problema, il film, è costituito dall’avvento della nuova generazione, figlia di sangue delle padrone, ma cresciuta dalle cameriere (il cui ruolo spesso si confonde con quello di serve delle loro madri), che con una buona dose di coraggio, esce dagli schemi del paesino superando la distinzione cara alla tradizione. Tesi, antitesi e sintesi, per chi conosce Hegel.

La bellezza di questo film, tuttavia, credo risieda nel modo in cui è realizzato. Il film è abbastanza lento nel complesso, ma scandito da tre momenti durissimi (non dico quali perché chi l’ha visto lo sa). Il primo è del tutto inaspettato: l’inizio del film è abbastanza faticoso, ma poi arriva una pugnalata; lo stomaco si stringe e, giusto il tempo di inghiottire, gli occhi si riempiono e si fissano allo schermo. Il colpo è forte, ma il film riprende con la sua calma e ci dà modo di interiorizzare.

Viola Davis e Emma Stone

Eugenia (Emma Stone) convince Aibileen (Viola Davis) a raccontare gli episodi più duri della sua vita per il libro con cui vuole denunciare i maltrattamenti.

Il secondo momento, che coglie altrettanto di sorpresa, è invece da lacrime di gioia, ma miste alla rabbia accumulata dal primo. E’ esattamente come nella vita: tutto scorre lentamente e poi, in un istante, una frase ci fulmina e la nostra vita cambia per sempre. Ci sono dei momenti in cui ci dicono cose (o succedono cose) che ci cambiano per sempre, e anche se il mondo prosegue più o meno come prima, ce l’abbiamo dentro. E lo sappiamo.

E, infine, il terzo momento chiave, che al contrario degli altri due è annunciato. Dopo aver preso due pugni nello stomaco, il terzo ce lo si aspetta. Ed ecco che l’attesa tra l’annuncio e il colpo diventa infinita, e quando sentiamo pronunciare quella parola («è morta») riemerge tutta la rabbia e la tristezza del primo momento chiave, ma mista alla gioia e al desiderio di riscatto della seconda. Siamo più grandi, abbiamo imparato a reagire. Tutto, in un attimo, si trasforma in azione. Il film diventa scattante e la dialettica servo-padrone s’inverte (sempre per rimanere adesi al caro Hegel).

Nulla di che il finale, ma il film ha già dato davvero tutto quello che doveva dare – e del resto, come dice sempre mia moglie, in qualche modo doveva pur finire.

Jessica Chastain e Octavia Spencer

Celia Foote (Jessica Chastain) è l'unica nel paese ad assumere Minny Jackson (Octavia Spencer) perché le voci maligne messe in giro su di lei non arrivano alla casa della "scema del paese".

Oltre alle due, giuste, candidature all’Oscar per Viola Davis e Octavia Spencer, da sottolineare l’interpretazione di Jessica Chastain – anche per lei Nomination come miglior attrice non protagonista. La Chastain ricopre, nel film, un ruolo apparentemente marginale, ma assolutamente decisivo. Rappresenta quel la follia (a volte ai limiti della stupidità) che va oltre il “normale” e ha il ruolo, come spesso accedeva per il giullare in Shakespeare, di spezzare gli schemi mettendo il luce la verità. La “scema del paese”, come il giullare, possono destabilizzare le fondamenta dei formalismi esteriori perché non hanno paura di esserne giudicati, ne sono immuni. La mancanza di moralità tradizionale, isolata dalla comunità che ha bisogno di certezze, diventa accoglienza e si dimostra una spalla efficace per la causa dei nuovi valori positivi e sovversivi.

Giancarlo Mazzetti

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3 thoughts on “Nomination Oscar 2012: The Help, Tate Taylor (recensione)

  1. Non siamo ancora riusciti a vedere il film 😦
    Speriamo di recuperarlo presto, ci incuriosisce molto! Intanto non possiamo che consigliare la visione di altri due film candidati agli Oscar: The iron lady e Albert Nobbs 😉

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