Il problema della democrazia

solone

Busto di Solone, da molti indicato quale inventore della Democrazia

Gli antichi Greci riconducevano la nascita della Democrazia al 600 a.C. circa, attribuendola alla figura di Solone. Se questa credenza deriva dalla tendenza greca a personalizzare il processo storico, è pur vero che, con Solone, venne introdotto il primo del principi che, poi, diventerà fondante per la democrazia, ovvero il concetto egualitario di «un cittadino, un voto». Il secondo principio, in ordine cronologico, che individua le fondamenta della democrazia passa attraverso la parola hetairia (a proprio vantaggio); in sostanza, lasciando perdere il dettaglio delle questioni storico-linguistiche, la democrazia si configurerebbe come pratica politica che «allarga i vantaggi» anche al demo, al popolo.

Posti questi due princìpi chiave che fondano la democrazia, sia dal punto di vista teorico, sia dal punto di vista dell’utilità pratica, vorrei ora analizzare quello che per me è il problema più grave per l’attuazione della democrazia oggi. Oltre alle evidenti difficoltà della formazione di un Parlamento che sia contemporaneamente rappresentativo ed efficiente – problema che abbiamo più o meno dal 1953 e che è risolvibile con una legge elettorale ben confezionata – credo che il vero problema sia molto più grande e molto più esteso, e che sia rappresentato dallo slittamento del dibattito politico dalla complessa ars retorica al mero marketing comunicativo. Mi spiego.

La lotta politica parlamentare si divide in due grandi modalità, una puramente ideologica, l’altra più utilitarista (nel reale appaiono anche mischiate tra loro). La modalità ideologica è quella per cui un partito – o, per riduzione, il singolo parlamentare – si fa portatore di un più o meno teorico modello politico a cui tende, una calamita ideale verso la quale si sposta nel “tiro alla fune” della politica reale; l’altro modello, quello più utilitaristico, prevede invece che il Parlamentare sieda alla Camera per rappresentare e difendere i diritti di un dato gruppo o classe sociale. A titolo esemplificativo, diciamo che la modalità ideologica potrebbe essere ben rappresentata dal PCI del secondo dopoguerra e, l’altra, dal Terzo Stato della Francia pre-rivoluzionaria.

Oggi, anni in cui le ideologie di massa non hanno più l’autorità (e quindi i voti) di un tempo, il modello che va per la maggiore è tornato – lo era già nell’800 – ad essere il secondo, per cui la priorità della campagna elettorale di chi in Parlamento vuole sedere, è far rientrare gli interessi del maggior numero di gruppi sociali sotto il proprio simbolo.

meno tasse per tutti

Meno tasse per tutti, lo slogan vincente dell’ex Capo del Governo

Il problema, però, è che spesso gli interessi di un numero così alto di persone (come quelle di cui sono necessari i voti per ottenere un maggioranza e governare il paese) sono in contraddizione tra loro – non è facile far collimare la convenienza di operai, studenti, pensionati, e imprenditori, ma farsi votare da tutti e quattro vuol dire vincere le elezioni – e quindi, per questo, si affida la mediazione tra vertice e base a organismi a tecniche comunicative commerciali, al famoso marketing, che si muove abilmente tra il dire quello che la gente vuole (il più genericamente, vagamente e demagogicamente possibile) e quello che dice alla gente di volere. Abbiamo preso il peggio del modello americano.

Ma come si fa a rispettare quell’utilità del popolo che fonda la democrazia, se il popolo stesso ha una visione distorta del suo utile? Finché la “pubblicità” – chiamiamola così – mi dice che potrebbe essere un bene, per me, acquistare un prodotto, il danno è relativo; ma cosa avviene quando la pubblicità mi fa credere che il mio interesse è votare un certo partito, anche se questo non è vero? Siamo ancora nel recinto della democrazia quando questo avviene?

Da questo punto di vista, la responsabilità dei danni che sono stati fatti al nostro paese negli ultimi dieci anni, ricade tutta su una precisa categoria di persone, ovvero coloro che non si interessano della politica, che non conoscono la Storia. Sono queste (essendo molte) le persone che spostano le maggioranze da destra a sinistra e da sinistra a destra, sono queste le persone che, negli ultimi dieci anni, hanno votato contro il loro stesso utile, convinte di votare per il loro bene. Se non ho gli strumenti – o l’interesse – per conoscere ciò che davvero mi conviene, come posso votare il mio utile?

Ma se una forma di comunicazione politica è necessaria (in un modo o nell’altro il partito dovrà pur dire alle persone cosa vuol fare) e se il confine tra comunicazione come semplice trasferimento di dati e il marketing comunicativo è labile, come renderci immuni? Come evitare che le sorti del paese in cui viviamo siano in mano alle agenzie di comunicazione dei candidati e alla presa che riescono ad ottenere sulle masse per un partito piuttosto che per un altro?

Credo che bisognerebbe invertire la priorità dei due princìpi democratici sopra enunciati; io una proposta ce l’avrei – provocatoria, ma della quale mi sto davvero divertendo a pensare delle applicazioni pratiche – e si chiama suffragio universale ponderato, con il quale si riaffermerebbe l’importanza dell’utile del popolo, modificando l’altra massima in «ogni cittadino almeno un voto».

Esame per aumentare i propri suffragi

Un test a crocette per aumentare il numero dei propri suffragi

L’idea, più o meno, è questa: facciamo test attitudinali, corsi gratuiti di educazione civica, di Storia dell’Italia, di economia (con test finale), diamo un punteggio ai titoli di studio, creiamo un sistema per cui, pur mantenendo il giustissimo diritto di tutti di esprimere il proprio voto, se ne dia un numero maggiore alle persone più consapevoli della materia in questione. Detto fuori dai denti, io non trovo giusto che il voto di un ipotetico Indro Montanelli (pace all’anima sua) valga allo stesso modo del voto di una persona che non sa distinguere tra Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica (e ne ho conosciute parecchie); non per intellettualismo o altri paroloni del genere, ma semplicemente perché uno è in grado di definire la sua utilità, l’altro no.

Si crei un punteggio semplice, poniamo da 1 a un massimo di 5, in cui il voto di tutti coloro che possono votare valga uno, ma a cui è affidata una fiducia maggiore a coloro che hanno studiato, che si interessano, che seguono le vicende della politica che si trovano a dover votare; chiunque potrebbe decidere di aumentare la propria influenza nei suffragi dimostrando la sua conoscenza. Votare è un diritto e un dovere; avere la possibilità (e la voglia) di farlo con ponderatezza  – vedendone i frutti – dovrebbe essere lo stesso.

Giancarlo Mazzetti

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14 thoughts on “Il problema della democrazia

  1. a certi soggetti totalmente inconsapevoli della “realtà politica” (ossimoro?) in cui vivono (e ce ne sono molti) io il voto lo toglierei del tutto. abbasso il suffragio universale!

  2. Così non si corre il rischio di creare delle caste (che si stanno sempre più riformando alla faccia delle lotte portate avanti dai nostri genitori)?
    Pensa solo al fatto che, oggi più che in passato, chi ha più disponibilità economica riesce ad avanzare molto di più nella loro carriera scolastica di chi non ce l’ha! (prima l’operaio voleva il figlio dottore ,oggi spera che sia almeno operaio a sua volta).Senza contare che purtroppo, il livello d’insegnamento, soprattutto nel caso dell’educazione civica, molto spesso dimenticata nelle scuole per mancanza di tempo, varia molto, non solo da regione a regione, ma da istituto a istituto! Ti faccio un esempio con la mia realtà: come potrebbe competere un ragazzo con genitori non istruiti che frequenta una piccola scuola in un paesino la cui economia si fonda sull’allevamento, con un figlio di dottori milanesi che ha frequentato il miglior istituto della città?
    E per finire, non pensi che dare 1 voto ad un individuo quando un secondo ne potrebbe esprimere addirittura 4 in più, equivalga a togliere il voto alla maggior parte della popolazione? Capisco le basi del tuo ragionamento, ma che fine farebbe la democrazia?
    Non dimentichiamoci delle disuguaglianze presenti in Italia! Prima di pensare di togliere il voto alle persone diamo la possibilità a tutti di “meritarselo” distribuendo un po’ di parità culturale (e non solo)!
    (Mi scuso per eventuali errori ,viste le mie abilità nello scrivere , ma spero sia arrivato il messaggio)

    • Cara Silvia, non posso parlare a nome di Giancarlo, ma provo a risponderti io sottolineando come quella del test, dei punteggi, sia soltanto una piccola provocazione. Il problema vero non è quello di premiare con il diritto di voto chi ha studiato a più a lungo (altrimenti altro che caste!), tanto quanto quello di eliminare la piaga dell’ “analfabetismo civico”.

      Sapere la differenza tra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio, quanti anni restano in carica etc, non equivale a sostenere un esame di diritto costituzionale, ma si tratta di nozioni basilari alla portata di tutti. Non crederesti quanti sono i Bocconiani che non sono in grado di dire quanti anni resta in carica il Presidente della Repubblica.

      Pensala un pò come la patente: a tutti i maggiorenni, laureati e non, è permesso di sostenere l’esame (peraltro a pagamento). Se non conosci le regole del codice della strada però non vieni approvato e dunque non potrai mai metterti al volante.

      Ecco vedi, forse il problema è proprio questo: votare senza sapere perchè si
      vota è un po’ come guidare senza patente.

      Non trovi?

      • Partendo dal presupposto che anche a me sale la rabbia al solo pensare ai voti dati con ignoranza (un esempio tra tutti lo scempio del referendum sulle staminali), il mio pensiero era proprio legato alla disuguaglianza nella formazione culturale giovanile.
        Rifacendomi al tuo esempio, è come se alcune persone sostenessero l’esame della patente dopo aver frequentato un corso sul codice stradale ed altre invece senza alcuna preparazione!
        Perché la situazione in Italia è questa purtroppo!
        Ti porto il mio esempio diretto: io a scuola non ho mai fatto educazione civica. Alle elementari e alle medie perché la priorità delle maestre era recuperare quelli che in terza media non erano ancora in grado di leggere, alle superiori per mancanza di tempo. Quello che so su questi argomenti viene esclusivamente dai miei genitori, ma non tutti hanno la fortuna di avere genitori istruiti, anzi sono molto rari!
        In questi casi di chi è la colpa? Come rimediare a certi dislivelli culturali?

      • Scusa, forse non sono stato chiaro quando parlavo di “corsi di educazione civica, di Storia dell’Italia etc.”, quindi mi spiego meglio: ciò che intendevo è che INDIPENDENTEMENTE dal percorso scolastico, potrebbero esserci dei corsi gratutiti di educazione civica e di storia dell’Italia Repubblicana (che a scuola, tra l’altro, praticamente non si tocca neanche) a cui chiunque potrebbe partecipare. Corsi pomeridiani, mattutini e serali a cui tutti posso accedere. Chi ha voglia di conoscere e di sapere certe cose può trovarsi un’ora o due a settimana per seguire queste lezioni quando più gli fa comodo, altri possono decidere di prendersi dei libri e starsene a casa…e ogni volta che qualcuno lo vuole può iscriversi ad un test per stabilire il suo grado di conoscenza e dire: io voto con questo grado di ponderatezza!

        Ponevo la scala da uno a cinque, quindi potrei dire che ci sarebbero quattro esami di diverso grado di difficoltà e complessità per accedere al surplus di suffragi (quattro perché il primo voto di diritto sarebbe automatico con la maggiore età). In tal modo solo che non si interessa affatto rimarrà a 1 (ma sarebbe comunque una scelta sua) e solo chi è davvero un guru della lettura del mondo contemporaneo arriverà a quattro o cinque…

        Ad ogni modo, ripeto, la proposta è provocatoria (anche se, come già detto, mi diverte particolarmente provare a trovarne reali applicazioni)

  3. il suffragio universale ,da diritto a tutti i cittadini,di maggiore età(prima 21 anni poi nel 1975 18)di partecipare alle elezioni politiche ed amministrative.
    nell’aprile del 1946 fu periodo elettorale storico ,finalmente il voto alle donne in italia.
    tutti noi abbiamo il diritto di esprimere il nostro voto,chiunque è consapevole dei problemi vicini che lo circonda,così succede che vota la persona o il partito che più si avvicina alle sue esigenze,tutto questo è molto restrittivo perchè si vota soltanto per la parte che ci tocca ,non si fa un ragionamento di massa .perciò anche se vogliamo dare parità culturale,ben venga ma il problema non si risolve.
    è per natura che l’uomo cerca la socializzazione, la compatezza di un gruppo ,ma poi si dissocia per interessi personali, e così è il voto ,rivolto solo per interessi personali.

  4. per la democrazia all’interno di una nazione,è di assoluta importanza una cultura democratica.per una democrazia capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare
    bisogna evolversi dal concetto di Stato a quello di nazione e da quello di sudditi a quello di cittadini..
    (una “democrazia politica” senza cultura democratica diffusa nei cittadini non sarebbe una democrazia).(John Dewey)

  5. Ciao blogghettista, poche parole che già so risulteranno confuse.

    Iniziando, quando enunci i due principi, non definisci in cosa consiste il cittadino, in cosa consiste il demo. Infatti è molto importante questa definizione perché qualifica il voto (Solone spostò il privilegio del voto da chi possedeva la terra a chi possedeva un certo capitale). Fermo resta che in una democrazia è cittadino a pieno diritto colui che può votare.
    Marketing comunicativo di propaganda politica. Enunci un sintomo ma non il male. La pubblicità dimostra un tipo di comunicazione basata sostanzialmente sull’emozione, parte certo importante nell’ars retorica. La pubblicità però si ferma a questo, non contiene pensiero. Infatti si può dire che mitologizzi dei segni che contenevano in partenza pensiero deterritorializzandoli così che questi segni portino ancora con sé del pensiero di partenza solo la sagoma senza contorni. Comunicazione “emotiva” delle peggiori insomma. Strumento necessario non solo a chi sta inalto ma anche a chi sta in basso (popolo) per comunicare. Strumento desiderato anche. Questo perché è il terzo in una dialettica in cui i due opposti sono il leader col suo carisma paterno e il popolo con la sua reverenza. E’ in questo rapporto vizioso che va ricercata la radice dei mali. Il leader si pone come sintesi degli interessi (considerati come indistinti) della popolazione (da considerarsi come passiva) e la popolazione delega, tranquillizzata soprattutto dal paternalismo del dirigente che permea ogni sua azione, la propria sovraità autorizzando così il leader ad esercitarla anche bypassando prassi e leggi costiuzionale (costituzione, vero fondamento di una democrazia). Questo più o meno è il meccanismo delle forme populiste di goveno. In ogni caso: il popolo non può mai avere chiara la conezione del proprio utile, è per questo che esiste l’istituto della rappresenanza in parlamento il quale, a sua volta egli stesso, non può avere chiaro l’utile di un intero popolo se non attraverso l’inquadramento della sua attività di legislazione e di governo entro principi e leggi raggruppati coerentemente e sistematicamente in una costituzione scritta. Da questa discende la legittimazioni del parlamento e dei giudici. La forza che la legge possiede. Efficacia del giudizio dei giudici. E’ questa che fonda lo stato ed è lo stato che determina una nazione, ovvero un popolo.
    Toqueville diceva che la democrazia ha intrdotto l’uguaglianza come legge fondativa della società. Uguaglianza liberante il pensiero e gli animi delle persone dal giogo di autorità culturali religiose e civili (la ragione naturale di Voltaire). Dunque da questo punto di vista positiva. Uguaglianza però anche terribile livellatrice di menti perchè, per un processo insito nel suo svolgimento storico, porta in possibilità ad un adeguamento del giudizio di ognuno a qullo di tutti (opinione pubblica) che sotto certi aspetti può divenire vincolante. Tirannia della maggioranza. Da qui si sviluppa un individualismo privativo nel quale la singola persona è considerata un meno di niente, si sente un meno di niente, privata, sotto la tirannia della maggioranza, della Libertà (di Espressione). Di pari passo allo svilupparsi di questo confino di solitudine immensa al quale è costretto l’individuo, che si consola circondandosi di un piccolo mondo privato che altro non fa che aumentare il proprio isolameto dal terreno pubblico. Proprio a causa di questo allontanemento dal pubblico, si attua un meccanismo congenito al principio di uguaglianza (e della democrazia in generale) ovvero l’accentramento di ogni potere connesso alla sovranità e la delega quasi incondizionata del cittadino alllo Stato di ogni funzione di gestione della cosa pubblica. Dolore. Dolore per il lungimirante Toueville che tanto amava la libertà. Dolore per noi che percepiamo ciò che ci sta intorno. Soluzioni per salvare il salvabile lui le intuì osservando l’America di metà Ottocento: la libertà di espressione permette all’individuo di rompere il vetro che lo isola dal mondo. Così il potere può arrivare a decentrarsi, così l’amministrazione comunale può badare con libertà d’azione al proprio territorio, così si sviluppano le associazioni. Principio di Associazione dnque, sorto dalla brace della riconusciuta e praticata libertà di espressine.
    Al dunque, il progetto che prospetti, già pensato da John Stuart Mill, quello di bilanciare l’eguaglianza politica con la diseguaglianza di fatto istituendo una sorta di voto plurimo per tutelare una minoranza qualitativa che si presuppone possieda più chiara la conoscenza dell’utile di un Paese, non solo crea una distonia rispetto all’assunto utilitaristico che tu poni a fondmento della realtà presente, ma mina alla base, nelle sue colonne portanti, il principio demcratico stesso preso e nel suo sentimento popolare (chi vorrà ammettere la propria incapacità e lasciare che le decisioni vengano presi da altri senza di lui?), e nelle procedure (chi decide a chi spetta il voto plurimo? un test tipo quello che la lega vuole far fare agli immigrati può bastare, e non può tramutarsi o considerarsi già così com’è un affinamento della comunicazione di marketing che domina?), e nella sostanza (privare della possibilità di esprimersi qualsivoglia individuo anche il più rozzo, sminure la sua facoltà di scelta perché non ha conseguito un patentino; davverò questo è auspicabile?). La costituzione dice che i cittadini sono Uguali di fronte alla Legge, non si scappa. Non esistono formule del tipo “…un po’ più uguale…”. Al massimo ammettere la possibilità di organizzare delle procedure e dei criteri di scelta attraverso leggi costituzionali per individuare individui particolarmente autorevoli (questa parola mi fa un po’ schifo ma è così) che possano “indirizzare” le scelte delle persone. Migliorare l’educazione dei cittadini non ponendo condizioni all’esercizio pieno dei loro diritti ma attraverso la promozione del libero associazionismo che è già riconosciuto dalla nostra Carta Costituzionale (spingendoli davvero ad unirsi gli uni con gli altri e insegnadogli come fare). Immagina una realtà policentrica equilibrata nella sua tendenza decentralizzante ed in quella centripeta, sarebbe un mondo migliore forse. Ma ci vuole tempo e lavoro e cospirazione nel senso di imparare a respirare insieme.

    Ti ringrazio della possibilità che mi ai dato di descrivere i pensieri che contengo,
    Alberto

    • Sì, dunque…Indipendentemente dalla parte di “storia del pensiero”, mi limiterei a risponderti sull’ultimo paragrafo (il resto non è confutabile, del resto).

      Il fatto che i cittadini siano tutti uguali davanti alle legge significa “semplicemente” che quando qualcuno viene giudicato non può essere discriminato, ma deve essere trattato genericamente come individuo (per utilizzare un termine utilitarista), o come persona (se vogliamo usare un termine cattolico), e come persona giuridica con diritti e doveri (nell’accezione politico-giuridica). Questa eguaglianza di trattamento ha poco a che vedere con la questione del suffragio universale ponderato di cui parlo.

      A ben vedere, tuttavia, anche nella giurisdizione – che è obbligata a trattare tutti allo stesso modo – vi sono delle distinzioni tra uomo e uomo, per cui vengono valutare tutta una serie di elementi che riguardano l’individuo singolo (disposizione mentale, condizioni contingenti etc.) che determinano, di fatto, la pena per quell’individuo. Il delitto, la colpa e la pena sono su carta uguali per tutti (per esempio per il delitto x c’è una pena da 10 a 15 anni), ma c’è un uno scarto discrezionale (da 10 a 15) all’interno del quale si valutano determinati fattori senza tuttavia ledere il diritto di nessuno – anzi, rispettando più precisamente e coerentemente il diritto di tutti ad essere trattato con criteri uguali agli altri, pur rimanendo “particolare” tra gli altri (l’individuo come “differenza” di cui parla Aristotele).

      Questo piccolo excursus solo per dire una cosa: l’uguaglianza è fondamento delle democrazia e della società “civile”, ma non credo si debba prendere il termine come dogma piatto e insignificante; la scienza giuridica dimostra che l’uguaglianza è ingiusta quando è trattata in modo generico e indiscriminato (nell’accezione negativa del termina).

      Per rimanere nel parallelismo: se io dico (numeri a caso) che un omicida deve pagare una pena da 15 a 30 anni, credo di poter dire che ciascun cittadino di maggiore età può esprimere un voto che vale da 1 a 5 punti. Da cosa dipende? Nel primo caso dalla sua disposizione etc (detto sopra), nel secondo, dalla sua conoscenza della materia in cui è chiamato a votare. La democrazia, ripeto, è a vantaggio del popolo. Non serve solo a legittimare imposizioni anche al popolo, ma serve a far ‘sì che il popolo possa scegliere. Quando il “vantaggio” non è sceglibile perché tutta una serie di persone si disinteressano delle questioni la democrazia non può tradursi in realtà. Se governa chi assume l’agenzia di comunicazioni migliore, c’è un problema. Obama, per esempio, ha vinto perché “comunica” meglio; è solo un caso che – per lo meno secondo me – sia anche un bene per il suo paese che sia lui il presidente. Berlusconi ha governato per dieci anni perché comunicava meglio, non perché aveva idee per il paese.

      Questo, per me, è un problema di una gravità immensa. Chiaramente la questione del suffragio universale ponderato è di per sé una provocazione; ma il problema è reale, e credo che trovare la soluzione a questa situazione sia la vera sfida attraverso cui la democrazia deve passare per sopravvivere.

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