Costa Discordia

DI LINO SCOPPO

Vicino a casa, migliaia di persone a bordo, morti, dispersi, tanti eroi e un solo colpevole. Sono gli ingredienti perfetti per una tragedia all’italiana, di quelle che puzzano di gossip, lacrime altrui e commozione, quelle, per intenderci, che trasformano il nostro popolo di ciarlatani in gruppo di esimi esperti da bancone. Le versioni sono le più svariate, e passano dall’ubriachezza del comandante al sesso in cabina di pilotaggio, da uno scoglio non segnalato sulle carte a un guasto degli strumenti. A scanso di equivoci, si è trattato, o almeno così dicono, di un Inchino. In gergo sta per “saluto”, la nave che sfiora la costa portando i suoi omaggi a una terra o semplicemente a qualcuno.

Ma questo, ormai, qualunque italiano medio lo sa.

L’assurdo di tutta questa storia sta tutto nell’importanza che i giornali le stanno dando. In un momento in cui l’Italia sta rotolando inesorabilmente verso il baratro, dove nessuno è più sicuro del proprio posto di lavoro e con gli scioperi che stanno cercando di mettere in ginocchio quel poco di normalità che ancora restava, ecco che l’attenzione dei media si concentra tutta su un evento esterno.

Eroe di tutta questa storia diventa il comandante de Falco della Capitaneria di Livorno, che nulla ha fatto più di ciò che avrebbe dovuto. Una, anzi tre telefonate, nelle quali richiamava all’ordine Schettino con tono autoritario e accorato. Nulla di sbagliato, nulla di trascendentale.

4400 persone a bordo e 15 morti.

Una tragedia, certo, ma dai toni molto minori di quello che vorrebbero farci credere. La nave ha retto l’urto, dimostrandosi progettata e costruita in maniera impeccabile, come dichiarato anche dall’Ingegnere navale professor Podenzana Bonvino; solo una lunga serie di errori umani ha causato questa inutile commedia. Ma anche questo gli italiani lo sanno, perché, citando un amico, dal 13 gennaio nel nostro Paese vivono 60 milioni di Ingegneri Navali e 60 milioni di comandanti. Il capitano che porta la nave sugli scogli e poi l’abbandona scappando, lasciando ad altri il compito di salvare il salvabile. Non è nient’altro che una metafora della politica italiana degli ultimi anni. Forse è per questo che ci appassiona così tanto. Quello che forse ancora sfugge, però, sono l’assurdità e la follia del gesto, ma soprattutto il Peccato più grande, la Massima Culpa, l’aver tradito il giuramento fatto prima al mare e poi alle autorità competenti, abbandonando una nave e delle vite umane, mettendo sé stessi davanti agli altri.

Il Codice della Navigazione parla chiaro, e affida a un solo incaricato il comando e tutte le scelte a bordo di un’imbarcazione. Per contro, il suddetto individuo ha il Dovere di fare tutto ciò che sia in suo potere per l’incolumità di ogni persona a bordo. E’ un codice antico, etico molto prima che civile, che il giorno dell’esame della patente nautica tutti noi siamo obbligati a sottoscrivere. Ma il suo significato è molto più profondo.
Sono passati 100 anni dalla tragedia del Titanic, 15 da quando Leonardo di Caprio l’ha raccontata al mondo e altrettanti da quando, nelle stesse sale, Bernard Hill si inabissava nelle vesti del Capitano Edward Smith a bordo della sua nave.

La storia di un uomo che credeva nel progresso, che amava e temeva il mare, che, la leggenda narra, una volta sconfitto, decise di non farsi salvare. Sono storie epiche, d’altri tempi, e in fondo nessuno pretendeva che Schettino facesse lo stesso. Intanto perché non ha il physique du role, gli manca la barba bianca e i suoi ricciolini neri gellati fanno pensare più a uno spaccone che a un grande eroe. Forse ancora una volta ha avuto ragione Cesare Lombroso, che sull’antropologia criminale ha fondato le basi di quella che oggi viene considerata solo pseudoscientifica. Ma nemmeno questo, ovviamente, potrebbe giustificare la lucida follia di un uomo che distrugge la vita sua e di troppa altra gente per tentare l’impossibile, sfiorare le secche del Giglio a 20 nodi per andarsene con un’improbabile scodata. Ho sentito i soliti esperti che tra un caffè e un bianchino si chiedevano stupiti come mai a bordo non ci fosse un sonar, le secche non fossero riportate su alcuna carta e, una volta individuato il pericolo, non se ne fossero andati prima che fosse troppo tardi.

Alle prime due domande preferisco non rispondere in quanto spero che i caffè fossero corretti-grappa e i bianchini gli ennesimi di una mattinata, e perché ha già pensato un’importante rivista di vela a fare chiarezza sulla dinamica; la terza, invece…  era troppo tardi. E’ sempre stato troppo tardi. Un bestione lanciato a 20 nodi, per banalissime leggi fisiche, ha bisogno di tanto spazio di manovra.

Il numero minimo di miglia (3) che bisogna mantenere come distanza dalla costa con navi di quelle dimensioni, non è certo un omaggio a Capitan Maldini, che pur lo meriterebbe, ma un numero che rappresenta il buonsenso. Oddio, non servirebbe nemmeno imporne uno, tanto basta la coscienza umana.
Appunto.
Poi, diciamolo per dire, ma davvero, si ride per non piangere perché, per chi va per mare il rischio di “cappellare” c’è sempre. Anche quello di non essere pronti o adatti ad affrontare una situazione, anche, in fondo, a essere colti dal panico e staccare il cervello.

Può succedere, purtroppo, e prego sempre Poseidone affinché non sia la mia faccia quella sui giornali, anche se al massimo ho portato una barca di 22 metri con a bordo 6 persone e 3 barboncini, e, probabilmente, non mi dedicherebbero più di un trafiletto. Ma più che altro Gli chiedo di tenermi lucido, attivo, pronto, perché mi hanno insegnato che il mare, molto prima di amarlo, bisogna temerlo, perché la sua dolcezza può trasformarsi in qualunque momento in una furia cieca. Come qualcuno ha scritto, quello che rende migliore il “mare” rispetto alla “vita” è che dopo una tempesta, quando riesci a tornare in porto puoi dire che è finita, che ce l’hai fatta, berti una birra, dormire e navigare il giorno dopo.

Resto con l’immagine tatuata in testa di decine di persone che si schiantano sugli scogli lanciandosi da un palazzo galleggiante  come si faceva sul Titanic, senza che nessuno spiegasse loro che, a differenza del film, la nave era incagliata a terra, che sotto c’erano dei sassi. Che non poteva affondare.

Resto con la convinzione che nessuno dei passeggeri a bordo abbia mai conosciuto il mare come lo intendo io, veleggiato all’orizzonte col tramonto alle spalle, letto un libro sull’amaca all’alba, sentito la salsedine sulla pelle e gli elementi che fanno fridere di godimento il proprio corpo, e che nemmeno uno di loro avrà più il coraggio di navigare davvero e provare queste emozioni.

Resto con la certezza che, per differenziare dalla poesia intrinseca sita nella parola “barca” queste cose-che-non-sono, sia stato coniato il termine “nave”, e che neanche nel naufragio queste riescano a redimersi.

Resto, soprattutto, con la coscienza del dolore di tante vite spezzate, di incubi che inseguiranno per tutta la vita ragazzi e uomini incolpevoli, di cicatrici troppo profonde per essere rimarginate, e che tutto questo è successo all’interno dell’elemento che più amo e più temo. Ma ora, per favore, basta.

Smettiamola con le foto, coi commenti su facebook, coi video su youtube, con la satira, con google earth, coi titoli dei giornali e con gli inviati speciali.

Lasciamo questo dinosauro agonizzante all’assistenza dei suoi dottori.

Caliamo il sipario sulla Concordia.

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