Storia Critica del Calcio Italiano

Letteratura e 'Pallone'

L’edizione della Storia critica del calcio italiano, pubblicata da Bompiani e uscita nel maggio del 1976, è ingiallita, qui a fianco sul tavolo. In copertina, tra il nome dell’autore e il titolo, una scarpa nera da pallone: sei tacchetti consumati, le strighe rosse, qualche segno di antiche battaglie. Come dire stuzzicadenti, un bicchiere di vino e tanta caciara. Gianni Brera aveva dedicato il libro a diversi amici e compagni e in terza pagina i nomi compaiono in ordine sparso. Tra gli altri, Gipo Viani, Nereo Rocco, Giuseppe Meazza, Pierino Boniperti, Silvio Piola, Mario Soldati, Giorgio Mondadori, Gino Cervi, Oreste e Pilade del Buono, Pietro (faina) Gori. Una penna, in aggiunta a margine, scrive: “Al mè amis Andreìn, matt come mi, questa storia il noster falber, per il quale abbiamo delirato e deliriamo, con affetto, Gianni. Natale 1975”. La Storia critica del calcio italiano iniziava così: “È il gioco più bello e immediato del mondo, ma si giocava nelle strade e perciò venne subito considerato volgare: certo è plebeo schietto. Simboleggia la difesa degli affetti più cari – madre sposa figli – dagli assalti dei nemici, ai quali si restituiscono pari le offese.”

Chiunque, fino a quel giorno, aveva dato quattro calci a un pallone per strada, all’oratorio, nei campi; ogni italiano che si rispetti aveva tirato una pedata ad un avversario e ne aveva ricevuta una in cambio, puntuale come le bollette. Al bar, la mattina, sul banco dei gelati vuoto stecco, spento e pieno di bottigliette d’acqua da mezzo litro della Lilia – che brutto nome – c’è un giornale. La Gazzetta dello Sport. Il ‘giornale’ celebra la vittoria dell’Internazionale nel Derby con una fotografia di Milito urlante – spigoloso come fosse un ‘Modigliani’ – abbracciato da un altro giocatore che non so chi sia. Il titolo? “Urlo Inter”. Alla prima occhiata ti accorgi subito che l’estetica del giornalismo, quantomeno quella, è morta e sepolta. La scarpa in copertina è dimenticata, ricoperta anch’essa da milioni di sproloqui e immagini. E infatti Il Giornale del Bar è relegato in un angoletto, unto da qualche avventore che con le mani sporche d’olio e brie l’ha sfogliato guardando le foto, ha letto le statistiche e l’ha richiudiuso come fosse un giornaletto informatico delle offerte di Mediaword. È quello che si merita, è quello che si merita il lettore, per giunta.

E così, la difesa degli affetti più cari, la parimenti restituzione delle offese ricevute, conta quanto un panino speck e brie al bar, anche meno. Ganni Brera, el Giuàn, Mario Soldati, Gianni Mura, le bottiglie vuotate all’osteria e le parole spese per descrivere una cultura sportiva e sociale che colorava le città e consolidava amicizie, animando discussioni improvvise tra conoscenti e sconosciuti, sono perdute. ‘Errico’ Varriale, Italo Cucci, Xavier Jacobelli, Mario Sconcerti e tanti altri che ora non nomino nemmeno: oggi dobbiamo arrangiarci così. Per dirla alla maniera del poker americano – che è popolare senza difendere alcun colore o affetto – abbiamo una coppia di due servita e andiamo al bluff.

Camminando per strada, in città come in campagna, al mare e in montagna, nessuno tira quattro pedate ad un pallone, non ci sono ginocchia sbucciate, niente più squadre assemblate a caso, nessuna maglietta di Baggio regalata dalla nonna, niente corse alla fontanella, i parchi vuoti, le scarpe pulite. Il giornale che trovi al bar descrive questo: il pallone di oggi, quello delle televisioni a pagamento, delle interviste a fine primo tempo, che rantola nel buio perché non ha più lettori, spettatori e narratori. Il Pallone era cultura sociale…

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