MUSEI PARTECIPATIVI: PERCHE’?

Nell’articolo precedente vi ho mostrato la copertina del libro The Participatory Museum, pubblicato nel 2010 da Nina Simon, più che nota esperta di allestimenti, museologia e teorie partecipative. Il libro-manuale si presenta come una sorta di guida pratica per i direttori e per tutto lo staff di vecchi e nuovi musei, con l’intento preciso di trasformare tali istituzioni in luoghi dinamici, stimolanti e culturalmente produttivi. Infatti, anche senza leggere gli esiti degli innumerevoli studi compiuti in merito, individualmente siamo perfettamente in grado di valutare l’offerta museale che ci circonda ed esprimere così un giudizio complessivo in merito alla nostra “esperienza”. Teniamoci forti.

Drawings by Jennifer Rae Atkins

Il nostro ruolo di visitatori delle collezioni dei musei più diversi e delle mostre più varie, allude tendenzialmente ad una fruizione passiva del soggetto, nella quale i contenuti vengono proposti – quasi propinati – al pubblico.

Questo, obbediente, li consuma, apprezzandone la grande qualità, il pregio dell’allestimento, la precisione delle didascalie. Si sommano alla gradevolezza dell’esperienza un’eventuale caffetteria ben fornita per un rapido pit-stop pre-visita, un caffè conclusivo e l’immancabile shop.

Drawings by Jennifer Rae Atkins

Al contrario, le istituzioni che sposano un approccio così detto «partecipativo», offrono al visitatore contenuti multi direzionali e interdisciplinari. Il museo non si figura come una successione cronologica di stanze dalle pareti allestite bensì, una piattaforma in grado di mettere in connessione più users che si trasformano da creativi a comunicatori, consumatori, critici, collaboratori e autori.

Ci troviamo di fronte a una differenza fondamentale: l’istituzione non garantisce più la qualità (consistency) dell’esperienza del visitatore, ma fornisce opportunità per molteplici esperienze di co-produzione.

Tuttavia questo non esclude che, anche nell’impostazione relazionale, si concepisca un allestimento di forte appeal e facilmente fruibile. Il cambiamento è radicale poiché colpisce direttamente le modalità di scambio e condivisione delle informazioni tra l’istituzione e il suo pubblico.
Nonostante le note positive di un approccio di tipo partecipativo, numerose istituzioni preferiscono mantenere il proprio core business legato ad un’attività espositiva tradizionale (non solo dal punto di vista dell’allestimento, ma soprattutto curatoriale e comunicativo) e sviluppare collateralmente community projects. Quasi come esperimenti temporanei, talvolta persino a “porte-chiuse” e destinati ad un numero ristretto di utenti. Rientrano in questa casistica alcuni progetti su web, che seppur abbattendo i limiti fisici dello spazio e quelli temporali, restano dei timidi accenni, finte virate di boa che difficilmente lasciano un segno. Certo, meglio questo che il nulla all’orizzonte, o peggio ancora il tentativo di ignorare o ovviare il problema.

Installazione interattiva di SuttonBeresCuller creata per il progetto Vortexhibition Polyphonica della Henry Art Gallery, Univesità di Washington.

A questo punto della riflessione, viene da chiedersi se tutti i visitatori sono interessati ad una partecipazione attiva alla vita culturale di un’istituzione e al coinvolgimento diretto nel processo? Non possono esserci coloro che invece prediligono l’approccio statico istituzionale, più intimo e soggettivo?
Certo che sì. Obiettivi di business diversi non necessariamente si escludono a vicenda: è possibile sommarli. Per andare in contro ad una maggioranza più ampia di pubblico, più differenziato, dalle molteplici esigenze, necessità, interessi e background. E’ importante iniziare ad orientarsi verso una museologia differente, più aperta alle relazioni e al dialogo con il visitatore. Fare cultura d’altronde significa proprio ampliarne i confini, estendere le possibilità del singolo individuo ad una collettività, condividendo esperienze e linguaggi.
Mi riferisco alla possibilità di assumere una visione curatoriale e manageriale dell’istituzione totalmente differente ma sensibilmente più capace di capillarizzarsi tra i cittadini, aumentando di conseguenza anche il tasso di frequentazione. Avere presa sulla comunità e installarsi sul territorio come luogo di produzione, scambio, educazione e intrattenimento.

Tornando al testo di Nina Simon, la studiosa identifica tre tecniche fondamentali per incrementare e promuovere la partecipazione del pubblico nei musei mantenendo vivi gli obiettivi istituzionali. Primo, l’idea di un’istituzione audience-centered , ovvero rilevante, utile e accessibile come i moderni centri commerciali o le stazioni ferroviarie; secondo, il concetto per il quale è il visitatore che si crea il proprio significato/insegnamento dall’esperienza della visita. Non è dunque il Museo a doversi porre l’obiettivo necessario di istruire il pubblico. Terzo l’idea che sia proprio questo, il pubblico, tramite l’esperienza diretta e il suo feedback a fornire informazioni utili tanto sui progetti partecipativi quanto sull’impianto espositivo tradizionale.
Di recente (ottobre 2011) la Irvine Foundation ha presentato un nuovo report, Getting In On the Act in merito a nuove pratiche artistiche partecipative e nuovi scenari per il coinvolgimento del pubblico.

The Audience Involvement Spectrum, Getting in on the Act report

Rispetto al primo punto illustrato dalla Simon, lo studio mostra la natura e le caratteristiche dell’audience istituzionale, delineando uno scenario a 5 gradi di partecipazione. Lo schema risulta particolarmente interessante in quanto separa i momenti ricettivi da quelli partecipativi differenziando il contributo creativo del singolo visitatore in curatoriale, interpretativo e inventivo. E’ interessante notare la messa in evidenza della differenza tra le attività di puro arricchimento e quelle di coinvolgimento, solitamente programmi educativi nei quali è possibile approfondire e arricchire le proprie conoscenze senza un coinvolgimento diretto dell’audience. I programmi partecipativi invece, fanno del pubblico il protagonista delle attività in qualità di autore, co-autore o partecipante di un progetto comune.
Arrivederci alla prossima settimana per specifici case-studies.

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