L’ Arte è pensiero. E tutti invece pensano sia Potere.

Celant+ABO+Achille Bonito Oliva+Arte+Lobby+potere+Immobilismo
Germano Celant e ABO. Alcuni dei suonatori: se poteste, cambiereste solo loro o cambiereste la musica?

Vado spesso nei musei. Non lo faccio per il motivo per cui, senza vergogna né senso di colpa, ci si aggira la maggior parte della gente – ossia il conformismo culturale- ma per una forte curiosità. Molti che mi conoscono direbbero che è anche una questione di lavoro. Ma io non lo considero un lavoro e nei musei ci vado lo stesso. E’ qualcosa di più. Alcuni anni fa, come molti di voi, ho letto Antichi maestri di Thomas Bernhard. La precisione e la cura con cui vengono descritte le normali persone che partecipano alle visite, ricorda quella con cui Isaac Singerdescrive le tabacchiere argentee che gli ebrei rivendono ai parvenu di inizio secolo. Sono soprammobili anche gli uomini e le donne di Bernhard, tanto quanto gli argenti di Singer, insomma. Gli occhi sbarrati e talvolta le membra slabbrate come cuscini sfondati dai tonnellaggi degli anni.

E’ un’immagine particolarmente indefessa ed inossidabile. La descrizione di Bernhard ricalca con la precisione di uno stampo in gesso, attraverso suggestioni che assomigliano agli specchi che rivelano smagliature e tracce di sporco mediante il vapore dell’acqua calda della doccia. La fissità è quindi un carattere che ritrovo con pervicacia nei contenitori per l’arte contemporanea. E’ fisso lo sgomento sbaccalito del visitatore di fronte ad un oggetto incompreso. E’ fisso, molto spesso, il tono di critica da parte di quelli che, con insistenza da nomenclatore russo del Settecento, vengono chiamati addetti i lavori. E’ fissa la reazione di coloro che il contenuto sono chiamati ad evocarlo (che orribilmente vengono denominati curatori, insomma). E’ fisso, al di fuori degli stagnanti confini della propria cerchia, quel legame cementificato che dovrebbe rispondere al nome di dialogo.

Carlo Emilio Gadda, nel pastone linguistico di cui si è nutrito con avidità, era solito grippare e congelare talune parti dell’azione attraverso figure contraddittorie. La lingua debordava e superava i confini della sua forma; e proprio nel pieno dell’erezione, dell’eiaculazione del verbo, comparivano merletti di pizzo consunti d’umido, e intrisi di pesanti fritture da casalinga anni Sessanta. L’arte contemporanea in Italia non si differenzia molto da questo: proprio nel luogo in cui ti aspetti l’azione non rintracci altro che un asino che scaccia le mosche con la coda. O una bella tavola imbandita e dai bicchieri splendenti.

L’Italia dell’arte contemporanea non è molto interessante vi dirà qualcuno. Sarebbe implausibile e noiosissimo se provassi a spiegare un sistema che di far sistema non ha intenzione e, proprio per questo, non lo farò. Trovo, invece, decisamente proficuo provare se non ad attaccare strenuamente e senza velleità il potere centrale – quello che vi propina un solo artista dal 1993 (Maurizio Cattelan), un gruppo vagamente multiforme, mellifluo, ormai sempre meno militante e maggiormente storicizzato, che ha prodotto un valore inestimabile per la cultura e per i processi creativi di questo paese, di cui ormai sono chiari gli astrali pregi ed i profondissimi difetti, chiamato Arte Povera (o Arte Celant, per i più avvezzi) e poco altro, se non alcune pallide emanazioni di questi due centri di potere, ed alcune piaggerie nei confronti degli stessi, operazioni commerciali o proto-culturali a sostegno o somiglianza dei due padri insuperabili prima citati -, per lo meno scorgere cosa esiste e perché, oltre alla barricata di queste forze definitivamente reazionarie.

Esiste e sopravvive un micro universo di artisti, molti di valore, moltissimi insignificanti. Barcolla uno stuolo di curatori, che si sbracciano all’incirca nella stessa misura ed equilibrio qualitativo degli artisti. Boccheggia una rete di gallerie che hanno il vezzo di catalogarsi al modo delle franchigie del calcio. Siamo di serie B. Oppure, guarda là la serie A. Qui si gioca in C. Traccheggiano una miriade di collettivi, la maggior parte vestiti con bizzarre scarpe a punta e pantaloni fondo 13, strettissimi, magari agghindati con gilet e cappelli, talvolta muniti, anche nel genere maschile, di borse piuttosto fuori misura e vagamente inadeguate alle spalle. E poi pascola un sottobosco di artisti di provincia, di corte, -spesso molto più agiati dei loro colleghi di città, che tentano il grande salto. E ancora un incommensurabile numero di personaggi a metà tra tutte queste categorie un po’ radicali: persone di valore intellettuale scartate, teste di legno di nessun peso, ammesse ai tavoli dei potenti e poi abbandonate in autostrada di ritorno dalla stagione estiva di Pietrasanta. E ancora artisti, curatori, pensatori, entusiasti. Tutti alla caccia del loro interlocutore, un gallerista, un’Accademia che assicuri il pasto caldo, un collezionista – o più d’uno.

Lungi da me essere critico riguardo questo sommerso, impegnato e di tutto rispetto; la questione non è evidentemente il look e nemmanco qualche bizzarria di troppo. Questo articolo non è scritto allo scopo nemmeno di critica dell’attività lobbistica che ha potuto generare le amare e degradate conseguenze ampiamente sopra citate. Chi non pensa che la lobby sia il cemento su coi sistemizzare una pratica, in Italia come nel mondo, o è un illuso da preservare o un bugiardo da internare. Il modello di forze che attraverso pratiche commerciali banali quanto efficaci ha creato l’evento Cattelan o quello Hirst, è un fatto che accetto con disillusa tranquillità. Come sono stati cosparsi i conti in banca di azioni Parmalat o di BOT, così le case di Lodola, con le dovute differenze e parametri.

Celant+Fondazione+Prada+Lobby+Soliti+Noti
La Lobby dei soliti noti. Tra gli altri Celant, Baldessari, Vezzoli.
Pac+proteste+arte+dai dai dai+okkupazione
Gli occupanti del PAC

Il punto non è questo.

Il punto non è mai il nemico. Il nemico in arte non esiste. E leggere dichiarazioni strampalate che assoggettano un gruppo di artisti alla politica (o viceversa) è pericoloso per moltissimi e ridicolo per alcuni.

Ho letto alcuni giorni fa, infatti, sui coraggiosi e consapevoli che si sono recati al PAC di Milano per occuparlo e protestare a favore di un sistema “che deve cominciare la sua trasformazione in un inedito laboratorio di politica e linguaggi artistici a porte aperte per fare del PAC uno spazio vivo”, “per costituire un nuovo modo di sostenere e condividere la produzione artistica, per uscire al di fuori da ogni logica di delega, per prenderci cura di ciò che è nostro, tuttavia provo molta ammirazione e altrettanta ansia.”

Ho sempre individuato nell’opposizione ideologica ad un sistema in ambito culturale un che di fasullo. Non che siano in malafede i cinquanta o cinquecento che hanno preso possesso momentaneo del PAC, eppure è inidoneo il loro moto d’espressione. Chi può negare la diseguaglianza delle forze in campo? Chi può evitare di denunciare l’autoreferenzialità del sistema istituzionale italiano? Chi può non ammettere la noiosa ripetizione dei contenuti e degli attori, del loro modo politico, nel suo senso più deteriore, di occupare posizioni, incarichi, come vecchi sbandati pensionati ubriaconi ad un buffet senza limite d’orario. Che li fermi la morte mi dico! Che intervenga Dio o qualcuno in sua vece per impedire a Pistoletto l’ennesima conferenza, l’ennesima mostra nello scantinato di casa tua.

Ma non è in chi protesta che vedo un sole migliore. In quei coraggiosi, che chiamo così senza punte ironiche, vedo gli stessi occhi di Kounellis. Di chi gode del potere e non desidera lasciare nulla a nessuno, papparsi anche le briciole zuppe del punch straboccato dalla caraffa. Nel sommerso, tra i galleristi della Serie B, nei collettivi colmi di stereotipi, in quelli colmi di conoscenza e di virtù, percepisco solo la bramosia dilaniante di chi vorrebbe cambiare i suonatori ma non la musica. Di chi, dal bordo spiaggia, vede giocare i più grandi e non sogna altro che essere più grande per venire guardato giocare.

Ermanno Olmi in un’intervista dedicata a Rigoni Stern, parlando di Nuto Revelli, (una filiera di tre persone unite indissolubilmente) disse una cosa che non dimenticherò mai. Qualcosa che andrebbe scolpito, questo sì, nella pietra. Rigoni Stern sentì parlare nel corso della guerra di un uomo che di notte, a costo della sua stessa vita, oltrepassava le linee nemiche per raccogliere i cadaveri dei propri compagni e seppellirli. Non era cattolico credente, era un essere umano. Era Nuto Revelli. E così, Ermanno Olmi, disse qualcosa, disse quel qualcosa: Ognuno di noi ha il compito in qualità di essere umano di asservire, lavorare, arricchire, il proprio orto di casa. Senza fare prima quel o non si può pensare di vivere in società. E’ una militanza privata e personale questa che io interpreto.

In queste parole sopravvive il senso del mio post. Avrei potuto scrivere solo quelle. Perché vanno al di là del minuscolo sistema dell’arte e colpiscono l’essenza della vita. Eppure sentivo che avesse senso riportare questa eternità alla dimensione infima e infinitesimale dell’arte contemporanea italiana. Ecco perché’ non sono andato al PAC, non andrò al PUC e resterò a casa anche al PEC. Milito per quello che sono, con quello che faccio, leggo, scrivo. E spero di migliorare qualcosa così. Ma v’invito ad andarci al PAC; se siete consapevoli di quello che dite e se quello che dite non è solo l’aria fritta di tutti giorni ma qualcosa che può essere applicato con cura, amore, dedizione e che possa essere sistemizzato con valore e non per il vostro profitto, per la vostra posizione professionale, ma per il bene di tutti noi.

Io in fondo amo Carmelo Bene, Io sono un marziano […] io sono di passaggio, da Marte poi continuo su per Venere, stasera, domani sarà Nettuno, dopodomani chissà.

Annunci

3 thoughts on “L’ Arte è pensiero. E tutti invece pensano sia Potere.

  1. Ciao!
    Ti rispondo a nome della redazione e in particolare di FC. Grazie per la nota! ho già provveduto a cambiare il link.
    Speriamo tu ci possa continuare a seguire.
    Grazie!
    MV

  2. Pingback: Abbecedario della forma – B come Basalto. | POTATO PIE BAD BUSINESS

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...