Un Borghese Piccolo Piccolo, una Recensione (la mia).

Raramente parlo bene di qualcuno e ancor più raramente parlo bene di qualcosa, ma questo film mi ha davvero colpito – tanto per la cronaca: l’ultimo film da cui io sia stato colpito risponde al nome di American beauty, e avevo sedici anni.

Innanzitutto, vorrei diffidare tutti coloro che ancora non hanno visto il film (redattore compreso) dal leggere questo articolo, perché dirò cose che potrebbero rovinarne per sempre la visione; in secondo luogo, vorrei spronare tutti coloro che non hanno visto il film (e quindi gli stessi di prima) a guardarlo e, poi, leggere, l’articolo ed esprimere un loro parere.

[scusate l’apertura, ma odio coloro che amano atteggiarsi da critici e credono sia molto utile raccontare alle persone la trama dei film prima che essi lo vedano]

Ora possiamo parlare apertamente.

Sono in un periodo particolare del mio rapporto con il Cinema, quello – con cui tutti i cinefili, prima o poi, si trovano ad avere a che fare – in cui sto guardando (e in alcuni casi ri-guardando) un’infinita serie di film con Alberto Sordi. Ebbene, prima di ieri, mea culpa, non avevo mai visto Un borghese piccolo piccolo e, ora, sento un irrefrenabile bisogno di parlarne (non so con chi parlarne, quindi ne parlo da solo, ma qui, in modo che chiunque possa leggere).

La prima parte del film l’ho trovata molto interessante: divertente, leggera, ironica, con un Sordi eccezionale e una critica alla “società del lavoro” quasi in stile Fantozzi e, del resto, gli anni sono quelli. Il film parte piano e poi, gradualmente, cresce l’interesse per l’intreccio e si compenetrano le riflessioni. Dopo un’ora (e ci tengo a sottolineare che si tratta di un’ora!) di film si è ormai completamente immersi nella trama e, con sorriso piacevolmente attento all’evoluzione dei fatti, si attende il momento che si preannuncia decisivo. E, invece, ecco il genio. Ecco la sorpresa. Strepitoso, a mio avviso, il modo in cui ci accorgiamo della tragedia contemporaneamente al povero Giovanni Vivaldi, eccezionale (cinematograficamente parlando) il modo in cui restiamo increduli, insieme con lui, circa l’accaduto.

La cosa più incredibile è la credibilità e la leggerezza con cui si arriva al momento tragico. Non è certo l’unico film a spezzarsi in due – abbiamo visto tutti, per esempio, Nato il quattro luglio (di dieci anni più giovane, per altro) – ma qui è diverso, la rottura è assoluta e, nemmeno per un istante, abbiamo la sensazione che la prima metà del film confluirà nella seconda; tutti i dettagli sono curati: i rapporti tra i personaggi, i dialoghi…tutti i processi costituiscono un intreccio credibile del quale ci interessa davvero il proseguimento (a differenza di quanto avviene nella prima fase del citato – e bel – film di Oliver Stone). E invece, irrimediabilmente, tutto si ribalta, a partire dal rapporto tra il signor Vivaldi e sua moglie: ho pianto, lo giuro (non piangevo dal discorso con cui Daniel Day-Lewis accoglie suo padre nella sua cella in Nel nome del padre), quando ho visto quello che mi era sembrato  un marito scorbutico prendersi totalmente cura della donna. L’amore vero.

Il resto è rabbia, rabbia per l’impossibilità di ridere e di vivere (se pur qualche amaro sorriso ci viene strappato) e un Sordi che si conferma eccezionale anche da “cattivo”.

Nell’epilogo, la solitudine dell’essere umano. Dopo una vita a mandare la gente in pensione, il Vivaldi ci va personalmente, e resta solo: senza più figlio, senza lavoro, senza amici e senza moglie, egli si ritrova a chiedere aiuto ad una vicina di casa. Ne sentiamo solo la voce. Arreso. In questo film, estremamente critico nei confronti della società civile, fallisce anche la religione. Lunga vita al cinema.

Giancarlo Mazzetti

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