All’insegna della Tradizione

L’impegno zelante che i nostri governanti mettono nel loro lavoro arriva a toccare le sfere più recondite della società come, in questo caso, le insegne dei negozi e delle attività di ristorazione. A seguito di una delibera dell’illuminata giunta milanese, fra qualche giorno non sarà più possibile esporre insegne in lingua diversa da quella italiana: ne risulterà che il chiosco di Kebab dovrà necessariamente chiamarsi ‘chiosco di panini esotici turchi’. Se aggiungiamo poi che questa attività spesso prende il nome di Kebab Topkapi in onore della città di Istanbul, la traduzione dell’insegna reciterà allora ‘chiosco di panini turchi esotici e Palazzo Imperiale del Sultano’.

Ci sarà da ridere, ma non è tutto. Cosa faranno i nostri condottieri con l’Ikea, ad esempio? Si potrebbe tradurre con ‘Negozio di mobili svedesi facili da montare’. Come risolveranno la questione dei ristoranti cinesi, giapponesi, etiopi, indiani e via dicendo? L’ordinanza comunale, naturalmente, è studiata per regolamentare insegne pubbliche in lingua diversa dal francese e dall’inglese ed è stata proposta per salvaguardare la nostra lingua dalle contaminazioni di altre.

In che modo questo genere di ‘politica sociale’ riesce a convivere invece con la fascinosa attrazione che l’inglese esercita ormai da molto sulla nostra cultura? Se un giapponese non può chiamare il suo ristorante ‘㍾㍽㍼㌫㌢’ potrà mantenere comunque la dicitura ‘Japanese Takeaway’, per noi sicuramente più chiara di una in ideogrammi ma, per contro, drammaticamente banale e poco appetibile.

Questo genere di restrizioni, applicate alla naturale multietnicità di una società moderna qualunque, stride fastidiosamente con la decisione di chiamare un nuovo quartiere di Milano ‘City Life’ – considerando tra l’altro che la traduzione italiana ‘Vita di Città’ o ‘Vita della Città’ è quantomeno cacofonica.

La forza di una cultura sta proprio nell’allargare il più possibile i propri orizzonti per inglobare le diversità: si impara da ciò che è differente perché così lo si conosce, piuttosto che da ciò che è conforme, quindi conosciuto. Ci si chiederà quindi come sia mai possibile che delle menti brillanti quali sono i suddetti governanti abbiano pensato a regolamentare la legittimità delle insegne dei negozi. Ma di grazia, non potrebbero cercarsi un lavoro onesto?!?

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One thought on “All’insegna della Tradizione

  1. Pingback: Kebabträume in der Türmestadt « idiotecabologna

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